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A cura di Stefano Nava

Perché Don’t Look Up è un trattato di teoria della comunicazione


Due scienziati scoprono una cometa killer in rotta di collisione con la Terra: nessuno gli crede e il tutto viene buttato in caciara, tra meme e fake news. Sembra un’iperbole dei tempi correnti, ma è la trama di Don’t Look Up, l’ultimo film con Leonardo DiCaprio. Ed è una straordinaria fotografia di un sistema mediatico sempre più in balia di sé stesso. Ne parliamo in quest’articolo (senza troppi spoiler per chi non lo avesse ancora visto!).

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Don’t Look Up con Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence è la tragicommedia sci-fi di cui avevamo bisogno. Il disaster movie prodotto da Netflix, amatissimo dal pubblico e – come consuetudine vuole – bistrattato da parte della critica, è stato uno dei grandi trend topic di questo finale di 2021 e non poteva essere altrimenti.
La pellicola di Adam McKay è un portfolio delle storture di un XXI secolo in cui i rapporti tra scienza, politica e società civile sono in uno stato di imprevedibile anarchia. La teoria dell’arte marxista identificava in ogni opera d’ingegno una precisa espressione delle dinamiche socio-economiche del tempo storico che l’ha prodotta. Viene quasi da rispolverarla, perché Don’t Look Up è a pieno titolo la parodia amara dell’età delle catastrofi preannunciate dalla crisi Covid e dai primi effetti tangibili dello sfascio ecologico. Il film è la fotografia di un Occidente in cui la verità epistemica esiste in due accezioni: quella scientifica, espressione del metodo e della ricerca, e quella masticata e risputata dalla macchina mediatica, sempre più bulimica e onnipresente. Due piani di realtà paralleli che non si parlano, non si toccano e non si interfacciano, con conseguenze potenzialmente disastrose per la collettività.

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OLTRE IL BLOCKBUSTER, OLTRE LA SATIRA

A fermarsi ai primi dieci minuti di proiezione, però, l’impressione è tutt’altra. Il presupposto narrativo è quello di tutta una generazione di best-seller hollywoodiani dalle alterne fortune. Il prof. Randall Mindy (Leonardo DiCaprio) e la giovane dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) scoprono un’enorme cometa proveniente dalla Nube di Oort, l’area più remota del Sistema Solare. Le prime rilevazioni tradiscono una realtà spaventosa: il corpo celeste è un killer cosmico delle dimensioni di Chicxulub, l’asteroide che estinse i dinosauri, e impatterà nell’Oceano Pacifico meridionale sei mesi e quattordici giorni più tardi. È abbastanza per sterminare l’umanità e far piombare la Terra in un inverno nucleare lungo un secolo. Verrebbe da attendersi un’escalation drammatica fatta di eroismo e bombe all’idrogeno ma qui il coup de théâtre: in Don’t Look Up la tragedia acquisisce ben presto le fattezze di una farsa. I due scienziati, totalmente impreparati al paradossale tritacarne che li attende, rimbalzeranno contro innumerevoli muri di gomma. Nessuno prende sul serio Mindy e Dibiasky, che presto si scontreranno con il complottismo dei soliti fanatici, la gogna mediatica, il negazionismo di autorità totalmente incompetenti e un’opinione pubblica partigiana, sempre pronta a spaccarsi e a politicizzare ogni fenomeno di realtà. Don’t Look Up è la caricatura irriverente di una civiltà in declino verticale, in cui la politica è autoreferenziale e corrotta, il sistema mediatico un meccanismo frivolo e orwelliano e il capitalismo nasconde dietro al filo d’erba dello storytelling i più biechi e voraci interessi.

DiCaprio e Jennifer Lawrence nel ruolo dei due astronomi. Image credits: Netflix

Eppure, tra le tante chiavi di lettura che si possono proporre, una porta il film alla nostra attenzione: l’opera di McKay è una disamina brillante e accurata di un sistema d’informazione in cui tutto è forma a discapito del contenuto. Anche la più spaventosa delle verità oggettive (in questo caso, l’apocalisse preannunciata) non è nulla senza un allestimento mediatico capace di renderla efficace e propagabile. Più che una satira drammatica e grottesca dei tempi, Don’t Look Up è un preziosissimo trattato di teoria della comunicazione: scientifica, politica, mediatica e d’impresa.
Per provarvelo, andremo ora ad analizzare una serie di nuclei tematici che emergono da vari momenti dello script.

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UNA SCIENZA IMPREPARATA

Prendiamo ad esempio Randall Mindy e la sua parabola. Un anonimo accademico quarantenne in un ateneo di seconda fascia, la Michigan State University: impacciato, malvestito, nevrotico – soffre di abituali attacchi di panico – da tempo non pubblica neppure una riga di paper. Un personaggio privo di qualunque appeal etico, estetico o intellettuale.
La tragica scoperta lo scaraventa fuori da una comfort zone che abita probabilmente da sempre, quella dell’accademia. Trovatosi nello Studio Ovale davanti alla donna più potente del mondo, il presidente Jean Orlean, si scopre totalmente incapace di rendere quella sconvolgente verità scientifica tangibile, viva. Terrorizzato e inetto non viene preso in considerazione, forse anche perché annuncia l’apocalisse a colpi di tecnicismi e definizioni prese a prestito da un manuale di dinamica orbitale.
Un’allegoria di una scienza che, specie in epoca di pandemia, troppo spesso non riesce a scendere dalla torre d’avorio con un’azione divulgativa efficace, che renda il frutto della ricerca una realtà spendibile per il grande pubblico.

Ma gli sviluppi della trama portano presto Mindy dall’altra parte della barricata: ed ecco che, superate le difficoltà iniziali, lo scienziato si scopre tremendamente a suo agio davanti alle telecamere. Spuntata la barbetta incolta e ripulito dall’aria sgraziata del topo da osservatorio, Mindy diventa un’inattesa astro-star. La macchina mediatica, a colpi di meme e comparsate televisive, gli costruisce presto la nomea di “astronomo più sexy d’America”. Gli si dischiudono opportunità monumentali, come un ruolo da consulente governativo per l’emergenza. Tradisce la moglie rimasta in Michigan con Brie Evantee (Cate Blanchett), splendida anchorwoman di The Daily Rip, programma televisivo di cui diventa volto fisso.

L’esilarante liason tra Mindy e la conduttrice Brie Evantee

Da underdog a testimonial del governo negli spot trasmessi per tranquillizzare la popolazione, quindi, e nel giro di pochissimo tempo.
Mindy è la caricatura grottesca di quegli esperti che, sull’onda dell’emergenza, usano lo strumento mediatico come grancassa dell’ego e della vanità, abdicando completamente dalle due qualità forse più irrinunciabili per un uomo di scienza: misura e indipendenza.

Anche la scienza ne esce insomma piuttosto male: subalterno alla politica e agli interessi economici, lo scienziato in Don’t Look Up è una figura impreparata a dominare la società ultra-mediatizzata di oggi. Davanti al medium insomma soccombe: o è totalmente incapace di servirsi del registro proprio per comunicare efficacemente o si lascia sopraffare, barattando l’autorevolezza con qualche briciola di notorietà.

LA POLITICA E I MASS-MEDIA ALLO SBANDO

Ma nei 145 minuti di proiezione il grande sconfitto è la politica. Ogni uomo o donna di Stato che compare nel film è una parodia feroce e sgraziata, dal Generale corrotto che rivende gli snack gratuitamente disponibili alla Casa Bianca, al parente incompentente cooptato come Segretario di Stato. Ma il ritratto più corrosivo è quello di Jane Orlean, il presidente interpretato da una superlativa Meryl Streep. Il personaggio è un Donald Trump in tailleur, caratterizzato come totalmente inadatto al suo ruolo anche e soprattutto per via di un approccio alla comunicazione politica scellerato e manipolatorio.

Un comizio del presidente Orlean.

La prospettiva dell’apocalisse, nell’agenda del Presidente, è totalmente priva di uno spessore reale, ma funzionale solo ed esclusivamente al suo tornaconto politico. E se così agli inizi l’Amministrazione si disinteressa dell’imminente disastro perché intenta a insabbiare un surreale scandalo sessuale, in un secondo momento cambia repentinamente idea. La ragione? Cavalcare l’emergenza per creare consenso in vista dell’elezioni di metà mandato.
Ed ecco che la presa di consapevolezza diventa spettacolo, liturgia collettiva: il presidente Orlean annuncia alla nazione la tragica minaccia da una portaerei con i cannoni spianati, lacrimando di una commozione posticcia in favore di telecamera.

Correi della politica sono i media e senza eccezioni a confermare la regola. Il sistema mediatico, in Don’t Look Up, è letteralmente un carrozzone tragicomico: il talk politico The Daily Rip è un meccanismo infido, studiato ad arte e del tutto incapace di stilare una lista di priorità nel diramare le informazioni. I due presentatori antepongono all’annuncio della fine del mondo i love affairs della pop star Riley Bina (Ariana Grande), incarnando un sistema dell’informazione tradizionale che sacrifica la qualità sull’altare della notiziabilità.
E se l’offline ne esce male l’online fa ancora peggio: i social media in Don’t Look Up sono un narcotico collettivo che trasfigura la realtà, un calderone che annacqua totalmente il contenuto di un messaggio, memificando anche gli avvenimenti più funesti per renderli futili tormentoni.

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UN CAPITALISMO CANNIBALE ALLA RICERCA DI UN VOLTO UMANO

A qualche tycoon saranno infine fischiate le orecchie nel constatare la sua somiglianza con Peter Isherwell. Un po’ Zuckerberg, un po’ Steve Jobs e molto Elon Musk, siamo di fronte all’ormai sdrucita figura del magnate eclettico, del miliardario che dietro alla filantropia di facciata nasconde i peggiori intenti. Viene presentato durante l’unveiling dell’ultimo modello di casa BASH, il cartello dell’elettronica di consumo di cui è fondatore: uno smartphone capace di determinare l’umore dell’utilizzatore sulla base di parametri fisiologici come la pressione sanguigna e di proporgli adorabili video-contenuti a base di animaletti per rallegrarlo se triste.

Isherwell è un coniglio mannaro, è l’allegoria di un capitalismo cannibale disperatamente bisognoso di rendersi presentabile a colpi storytelling. In Don’t Look Up il potere della narrazione d’impresa è l’ennesimo stupefacente collettivo e il miliardario di turno un pifferaio magico che, dietro all’aura di visionario futurista, nasconde in realtà la sola volontà di accumulare profitti inimmaginabili. Ed ecco il tragico epilogo: Isherwell, che oltre a essere presentato come un individuo schifosamente ricco è anche uno scaltro lobbista, riesce a convincere il Governo a minare la cometa anziché distruggerla, allungando i propri artigli famelici sul prezioso carico di semiconduttori che questa contiene. Per farlo, però, inscena una narrazione grottesca, avveniristica e stucchevole, fatta di parole d’ordine come “sogno”, “esperienza” e “transgalattico”. L’ennesima tragedia coi connotati di una farsa, per un sistema di produzione della ricchezza che usa la promessa del transumanesimo come foglia di fico per coprire i più bassi interessi particolaristici.

UN’OVERDOSE SENZA ANTIDOTO?

Don’t Look Up è un ritratto ma, al di là della tesi in parte provocatoria che vi abbiamo proposto fin dal titolo, è anche e soprattutto una caricatura. Come tutte le caricature vive di iperboli, di inverosimiglianze e di ghirigori. Tra i tanti elementi di verità, però, ne emerge forse uno più significativo di tutti gli altri: il sistema mediatico affermatosi come dominante è malato di autoreferenzialità. La potenza dei media di cui ci avvaliamo per comprendere la realtà è inversamente proporzionale alla loro efficacia e la quantità di informazioni a cui siamo sottoposti ha inflazionato il valore di qualunque contenuto, che ormai sembra non scalfire più il pubblico nemmeno quando questo è letteralmente la fine del mondo. Esprimersi sulle possibili soluzioni di questa overdose di comunicazione è un’impresa troppo ambiziosa per questo articolo, e forse anche per una produzione Netflix. Ma la qualità degli interrogativi sollevati dal film è tale che era impossibile non dedicargli uno spazio nel nostro calendario editoriale.

Ci leggiamo presto!

Sempre più grandi, grazie a Te.

Cara lettrice e caro lettore, se fai parte delle ventimila persone che ogni mese sceglie di leggere La Gazzetta Del Pubblicitario per informarsi, arricchirsi o divertirsi, questa lettera è per te…

Stefano Nava

stefano@lagazzettadelpubblicitario.it

Editor e copywriter, ho scoperto che le parole erano tutto ciò che avevo: ho cercato quindi di farne il mio lavoro. In principio più orientato verso l'adv tradizionale, ho scoperto quanto la comunicazione digitale possa essere elettrizzante: sto facendo il possibile per portarmi in pari, spiando dal buco della serratura di tutte le pagine corporate che trovo!

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