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A cura di Stefano Giacci

Perchè da qualche anno la Cina sta importando influencer occidentali nel proprio paese

La Cina sta investendo sempre più risorse nella costruzione, agli occhi del mondo, di un’immagine positiva, che contrasti le numerose accuse di violazioni dei diritti umani. Per fare ciò, sta collaborando sempre più di frequente con influencer stranieri. Vediamo come, in che ambiti e perché.

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“Se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera.”

-George Orwell, 1984

Ci piacerebbe ricalcare fedelmente i pruriti filosofici che l’originale domanda platonica, affettuosamente scimmiottata nel titolo, ha suscitato in milioni di lettori, accademici e commentatori. Tuttavia, nella nostra umile versione di tale quesito, la risposta è chiara e ben poco metafisica: il governo della Repubblica Popolare Cinese, tramite le sue numerose gemmazioni deputate al controllo della stampa, dei media e dell’accesso al web.

A supporto di tale progetto, ben congegnato e implementato, vi è una folta e occidentalissima schiera di professionisti dei social e YouTuber, incaricati di sfidare, videocamera alla mano, i cardini della narrativa universalmente accettata sulla Cina e sulla sistematica mancanza di trasparenza in tema di libertà personali e diritti umani. 

Addentriamoci dunque in questo mondo virtuale, dalle ripercussioni incredibilmente reali. 

IMPERIALISMO D’OPINIONE

“Abbiamo sempre dato grande importanza al prendere in prestito una bocca e abbiamo usato amici internazionali per fare propaganda all’estero”.

Così si espresse nel 2016 Zhu Ling. In quanto editor-in-chief di China Daily, non è certo l’ultimo arrivato nella complessa macchina dell’informazione cinese, e riassume alla perfezione l’agenda che Pechino quotidianamente implementa nelle sue comunicazioni urbi et orbi. La spasmodica ricerca di voci e platee straniere affonda le proprie radici in un preciso progetto a lungo termine, che corrisponde in toto ai più alti desideri del Politburo: fu nel 2013 che Xi Jinping, uomo forte del regime nonché Presidente della Repubblica Popolare, si rivolse in maniera diretta ai funzionari dedicati alla propaganda, esortandoli a “costruire un discorso con nuovi concetti, categorie e narrative in grado d’integrare cinesi e stranieri”, al fine di spezzare “il discorso egemonico dell’Occidente” sulla Cina e sui discussi avvenimenti che la riguardano.

Gli fece poi eco Shen Haixiong, deputy head della propaganda del Partito Comunista Cinese, esplicitando l’intenzione programmatica di creare uno “studio per influencer in diverse lingue”, tramite la fondazione di veri e propri programmi di formazione, finanziati dallo Stato, destinati a un neonato sottoinsieme di professionisti, che si occupino di “rafforzare la diffusione di un’attitudine positiva”.

La macro-strategia comunicativa ideata dal Partito Comunista Cinese è pensata per rispondere a un trend internazionale che vede la popolarità della Cina in progressivo declino, a causa della scarsa trasparenza informativa durante la pandemia, ma anche delle reiterate e controverse pressioni su governi e compagnie straniere e, purtroppo, delle gravi violazioni dei diritti umani, certificate da organizzazioni e think-tank di tutto il mondo, perpetrate nella regione di Xinjiang. 

Credits: pewresearch.org

Ancora una volta, Pechino si dimostra luogo di pionerismo sociopolitico, in netta rottura col modus operandi dei sistemi non democratici dei decenni passati. Essi, infatti, poco si premuravano di brillantinare la propria immagine di fronte agli occhi degli osservatori mondiali, o meglio: abbondavano le dimostrazioni di forza, sfarzo e sovranità (vedasi la napoleonica auto-incoronazione di Jean-Bedel Bokkassa o, in tempi più recenti, il lussuoso accampamento di Gheddafi a Villa Pamphili). Ciò che mancava, però, era l’esplicita volontà di “piacere” al pubblico occidentale, utilizzando canali a esso cari. Come sottolineato dalla sinologa Mareike Ohlberg, l’idea di affidare una certa narrativa a delle voci occidentali “indipendenti” serve a rendere i messaggi veicolati più credibili, sfruttando il grande valore aggiunto apportato dall’adozione di media, format e canali familiari e apprezzati dalla platea internazionale.

Stando ai commenti in calce ai contenuti pubblicati, questa strategia pare funzionare: abbondano i commenti grati ed entusiasti, che lodano i vlogger per la loro onestà intellettuale e completezza nel mostrare “la vera Cina”. Sono inoltre copiosi i riferimenti alla presunta tendenziosità dei media occidentali, rei di distorcere la realtà tramite fake-news sapientemente orchestrate e diffuse.

Lungi da noi difendere a priori la totalità dell’offerta informativa del mondo occidentale: in un’epoca in cui la verità è diffusamente asservita alla comunicazione (e non viceversa, come dovrebbe essere), il mondo dell’informazione digitale è un coacervo di prodotti differenti. Alcuni sono caratterizzati da qualità e trasparenza, altri meno, altri ancora per niente, sia per interessi o per semplice carenza di professionalità. 

La differenza è che, nel caso della Cina, abbiamo a che fare con una complicata missione a lungo termine, supportata da una massiccia mobilitazione di risorse economiche, organizzative e umane.

Chi sono, dunque, gli specialisti operativi di un simile progetto? La risposta è incredibilmente vicina a noi. 

I’M JUST DOING MY JOB, MAN

Non c’è niente da fare: ancora si fatica a considerare quello dell’influencer un lavoro vero e proprio, nonostante nella maggior parte dei casi, ne abbia tutte le prerogative: la fornitura di un bene o di un servizio, una retribuzione coerente a esso, un rapporto inquadrato da una specifica tipologia di contratto.   

Pechino, invece, dimostra un fiuto per gli affari assimilabile a quello delle più grandi aziende mondiali (e che, a parere di chi scrive, non ha oggigiorno eguali nella governance politica internazionale): lo fa proponendo collaborazioni, benefici e retribuzioni perfettamente allineate al mercato, anzi, a volte estremamente vantaggiose.

Come dicevamo poc’anzi, il pacchetto riservato agli influencer “assunti” è di tutto rispetto, ma anche facilmente codificabile e raccontabile. Una prima forma di retribuzione è così scontata da passare quasi inosservata. La possibilità di effettuare un viaggio nello Xinjiang, muniti di videocamera e, col fine esplicito di accumulare ore e ore di girato da trasformare poi in un contenuto digitale è, di per sé, un privilegio raro, specialmente se comparata col ben diverso trattamento ricevuto da reporter e giornalisti.

Come narra Paul Mozur in un articolo sul New York Times, “Erano in sette [gli agenti governativi incaricati di seguirlo, ndr], e annotavano le informazioni di qualsiasi persona a cui rivolgessi domande, rendendo pericoloso intervistare i residenti. La polizia mi fermava più volte al giorno, chiedendo accesso al mio telefono e cancellando di frequente foto e video. A volte, mi veniva del tutto interdetto l’accesso a determinate aree”. Insomma, per farla breve: se sei a Xinjiang, hai una videocamera accesa e nessuno ti importuna, puoi ritenerti un miracolato.

Pagamenti, sponsorizzazioni, copertura delle spese di viaggio sono un ulteriore benefit. Rappresentano l’incentivo più diretto, di cui peraltro numerosi influencer non si premurano di far mistero. È il caso di Kirk Apesland, vlogger canadese, residente in Cina, noto col nickname di Gweilo 60. In un video dedicato, Mr. Apesland riconosce come sua pratica lavorativa abituale l’accettazione di hotel gratis, sconti e pagamenti veri e propri, da parte delle autorità locali e provinciali. “Ci sono delle tariffe per quello che faccio? Ovviamente. Creando video a disposizione di centinaia di migliaia di persone, svolgo un vero e proprio lavoro”. Perché sì sa, business is business.

Altra carotina è rappresentata da vantaggi finanziari, posizionamento politico e connessioni. Vedremo a breve un interessante caso studio al riguardo, quello del videomaker e imprenditore digitale Raz Gal-Or. Per ora, limitiamoci a dire che, ancor più succoso di una retribuzione diretta, può essere un posizionamento privilegiato all’interno dei meandri istituzionali e finanziari dell’alta politica cinese… della serie, una gallina (o un intero pollaio) domani fa molta più gola di un uovo oggi.

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Da ultimo, ma non certo per importanza, la moneta di scambio preferita di qualsiasi influencer: il traffico web. Account di testate giornalistiche, agenzie di comunicazione, ambasciate e consolati, e ancora: profili privati di reporter, impiegati statali, consoli e personale diplomatico. È raro trovare, nell’oceanica vastità dei social media, uno schieramento così fedele allo stesso messaggio (“di grazia!” direte voi) e pronto a condividerlo…soprattutto considerate le diverse centinaia di milioni di follower complessivi. Insomma, una manna dal cielo per qualsiasi professionista delle visualizzazioni.

Siamo dunque di fronte a un do ut des, a una partnership proficua per entrambi le parti in causa. 

Per qualcuno, particolarmente. 

VOCI FUORI…DA QUALE CORO?

Al suo rientro a casa, dopo una lunga giornata passata a scriptare, montare e girare, il vostro vlogger preferito viene incappucciato da loschi figuri in abito scuro, trasferito in un fatiscente capannone abbandonato e, tramite indicibili sevizie, costretto a giurare e spergiurare.

Dalla settimana dopo, i suoi nuovi video hanno un nonsoché d’insolito: sembrano patinati di un entusiasmo nuovo per la Cina e, al tempo stesso, sfidano apertamente l’opinione globale sulle più note problematiche del Paese di Giada (mai sentito parlare degli Uiguri?). Ecco, al 99,9% non è andata così. Spiace deludere gli appassionati di spy stories, ma non è questo lo stile dei funzionari di Pechino. D’altronde, perché rischiare di sprecare o d’inimicarsi una potenziale risorsa, quando basterebbe iscriverla nel proprio libro paga?

Credits: nytimes.com

Il collage appena mostrato ha, come protagonisti, una serie d’influencer britannici, canadesi e statunitensi. Fanno parte di un gruppo di personalità del web sempre più nutrito, che differisce per provenienza e contenuti ma converge su un messaggio chiaro: la vita in Cina non è come viene regolarmente dipinta dai media Occidentali, anzi.

All’interno di questa combriccola vi sono poi personaggi diversi fra loro e che, inevitabilmente, si interfacciano in maniera più o meno diretta con le spigolosità della Repubblica Popolare. C’è chi esalta l’assoluta modernità dei suoi servizi, armonicamente coniugata all’antichissimo e infrangibile senso dell’ospitalità…

…e chi, invece, propone interi reportage sulla vita quotidiana in diverse aree del Paese. È il caso, come anticipavamo, di Raz Gal-Or, israeliano di nascita, trapiantato in Cina dall’età di 13 anni. Dal 2016, gestisce il Foreigner Research Institute China, gruppo attivo sui social media e impegnato a documentare le vite degli espatriati nel Paese.

Tramite Ychina, canale social e agenzia di produzione media, pubblica periodicamente video che ritraggono la vita nel Paese del Dragone: frequenti sono le conversazioni “spontanee”, le interviste a gente comune o i tentativi di Raz d’inserirsi nella quotidianità dei suoi interlocutori, per esempio zappando o cenando con loro. 

Di particolare interesse è poi la playlist che Raz ha dedicato al suo viaggio nello Xinjiang, regione situata nell’estremo Ovest del Paese e, de facto, capitale degli Uiguri, minoranza mussulmana che, ahimè, abbiamo imparato a conoscere per lo spaventoso trattamento ricevuto dal governo Pechino. Il messaggio chiave di tutti i suoi video che riguardando lo Xinjiang è semplice e chiaro: “qui si sta bene”. Lo ripetono i passanti che Raz intervista per strada, lo affermano le famiglie di cui è ospite, lo ribadiscono i lavoratori del cotone con cui trascorre un’intera giornata. Una vera e propria Pleasantville, dunque? Non esattamente, almeno secondo i numerosi report di agenzie internazionali, ONG e denunce di attivisti ed espatriati.

A detta di molti, ciò che sta soffrendo il popolo uiguro è un vero e proprio genocidio culturale. Sebbene l’utilizzo del termine “genocidio” sia senz’altro complesso e non abbia incontrato il favore unanime della comunità internazionale, restano e pesano come un macigno fatti d’inaudita gravità: da 1 a 3 milioni di Uiguri sono detenuti in campi di rieducazione finanziati dal governo cinese e, secondo le stime, pratiche come sterilizzazione e contraccezione forzata sono ampiamente utilizzate. Si ritiene che, nelle regioni Hotan e Kashgar, a maggioranza uigura, i tassi di natalità siano crollati di oltre il 60%.

Sia ben chiaro, siamo anni luce da poter anche solo pensare che Raz Gal-Or e colleghi siano in qualche modo categorizzabili come complici di un regime. Il loro lavoro è produrre contenuti ed è meraviglioso che, come tutti, possano farlo in libertà, anche proponendo punti di vista “scomodi” o fuori dal coro delle voci mainstream (se così vogliamo chiamare numerose testate e organizzazioni di prestigio e credibilità). Lo stesso Raz, in un video dedicato, respinge con lucidità alcuni rumors relativi alla sua attività, per esempio che i suoi viaggi di lavoro siano finanziati dai media di Stato, o che una delegazione di non meglio specificati funzionari lo accompagni periodicamente.

Ma c’è un ma. Presidente di YChina è infatti Amir Gal-Or, padre di Raz e proprietario d’Infinity Group, fondo supportato, manco a farlo apposta, dalla China Development Bank. Non è segreto di Stato, inoltre, che proprio Infinity Group abbia investito circa un milione e mezzo di dollari statunitensi, manco a farlo apposta, proprio in YChina. Ulteriori 3,5 milioni sono stati sborsati da Weibo, alternativa cinese ai social più blasonati… e non proibiti nel Paese. La ciliegina su questa torta dallo strano sapore è la collaborazione che Raz Gal-Or intrattiene con China Global Television Network, divisone internazionale della televisione di Stato China Central Television, spesso accusata di trasmettere regolarmente disinformazione e propaganda. Come diceva qualcuno: “A pensar male degli altri si fa peccato…ma spesso si indovina”.

LA PROPAGANDA NELL’ERA DELL’IPERCONNESSIONE

Sulla carta, i giganti del web e dei social media hanno preso fior fior di precauzioni, per impedire o quantomeno limitare propaganda, disinformazione o attacchi coordinati. Come spiega apertamente nelle sue FAQ ufficiali, Twitter  incoraggia la trasparenza apponendo una vera e propria etichetta informativa agli account o contenuti promossi da istituzioni pubbliche e/o governative. Sono inoltre numerosi e in costante aggiornamento i filtri anti-spam e anti-fake a cui Twitter, Facebook e altri social media fanno affidamento: il loro compito, sulla carta, sarebbe quello di prevenire la diffusione di contenuti falsi, distorti o manovre social coordinate.

Sarebbe, appunto. Secondo un’infografica del New York Times, che ha analizzato più di 3,000 video, la Cina ha intrapreso una vera e propria campagna social, finalizzata alla riabilitazione della propria immagine agli occhi dell’audience occidentale. Inutile specificare che la risorsa principale sono, appunto, gli influencer e i contenuti da loro prodotti. Torniamo al nostro Raz e a un altro dei suoi video:

Ahhh, il sapore bucolico della vita nei campi! La fotografia della quotidianità campestre degli Uiguri dello Xinjiang è caratterizzata da tinte allegre e sgargianti, quasi fosse un’ode virgiliana alla vita agreste. Nulla di più lontano, in definitiva, dalle narrazioni e resoconti occidentali. 

Il video in questione, pochi giorni dopo essere stato pubblicato, è stato ricondiviso, opportunamente sottotitolato, dall’account Facebook dell’ambasciata cinese in Italia (180,000 followers). Nelle settimane seguenti, poi, è stato rilanciato dai profili Facebook e Twitter di altre 35 ambasciate e agenzie stampa cinesi, secondo un’approfondita indagine dell’Australian Strategic Policy Institute (ASPI). 

L’analisi appena citata ci racconta altre cose decisamente interessanti. Su Twitter, il video di Raz Gal-Or è stato condiviso da una miriade di account sospetti come un’eredità notificata da un’email sconosciuta; fra aprile e giugno 2021, 534 account Twitter hanno condiviso il contenuto. Di questi, circa il 40% aveva 10 o meno followers, mentre l’11% non ne aveva proprio.

La platea digitale complessiva è di circa 400 milioni di seguaci, per non parlare di coloro che hanno ricondiviso, visualizzato e “reagito”. Insomma, una pentola traboccante di gioielli e pietre preziose, secondo i canoni dell’epoca che stiamo vivendo. 

Trascende il nostro scopo di oggi fornire una fotografia complessiva in grado di catturare la dimensione totale di tale fenomeno. Per farci un’idea affidabile, tuttavia, viene ancora una volta in nostro aiuto il report di ASPI, con un case-study sullo Xinjiang  e sui relativi abusi ai danni degli Uiguri: fra gennaio 2020 e agosto 2021, 156 account, riconducibili al governo cinese e attivi su social media statunitensi, hanno pubblicato/ricondiviso almeno 546 contenuti, provenienti direttamente dai colossi media cinesi (CGTN, China Daily, Global Times, etc.), e prodotti in collaborazione con influencer stranieri…sempre gli stessi 13, per la precisione. 

Numeri che parlano, a un qualsiasi orecchio (neanche troppo) attento.

In conclusione, quella che abbiamo tratteggiato è un’immagine complessa, chiaroscura e dai risvolti incerti. Abbiamo visto quanto Pechino sia attenta e reattiva nel curare la propria immagine agli occhi della platea digitale occidentale (e non solo), appoggiandosi a influencer provenienti, appunto, da “oltremuraglia”, e organizzando vere e proprie operazioni ad alto grado di coordinazione ed efficacia. Non vogliamo essere naif o intellettualmente disonesti: ad avviso di chi scrive la comunicazione sta vivendo, in contemporanea, il suo periodo più prospero e la sua crisi più nera, non solo in (o per opera della) Cina. 

Suscita tuttavia una burrasca di riflessioni il fatto che la grande superpotenza del nostro secolo, e probabilissimo leader mondiale dei decenni futuri, abbia iniziato, come sempre, a portarsi avanti.

Ci leggiamo presto.

Sempre più grandi, grazie a Te.

Cara lettrice e caro lettore, se fai parte delle venticinquemila persone che ogni mese sceglie di leggere La Gazzetta Del Pubblicitario per informarsi, arricchirsi o divertirsi, questa lettera è per te…

Stefano Giacci

stefano.giacci@lagazzettadelpubblicitario.it

Ho imparato a parlare ancor prima di saper camminare e a scrivere molto prima di quando fosse necessario. Da allora non mi sono più fermato, con buona pace di chi mi deve leggere o ascoltare. Qualcuno scriveva che l'essenziale è invisibile agli occhi: riflettere insieme sui retroscena della pubblicità sarà un nuovo modo di raccontare noi stessi, e allora eccomi qui.

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