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evoluzione logo visa, rebranding

Rebranding troppo minimalisti? Il perché, forse, vive nelle nostre tasche

L’impatto visivo sugli schermi digitali forse potrebbe spiegare lo stile minimal che molti brand stanno implementando per ristrutturare i propri loghi.

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La tendenza al minimalismo stilistico, negli ultimi mesi, è più che dilagante: arredamenti sempre più semplici, smartphone sempre più essenziali e mezzi di trasporto, Tesla prima su tutti, con sempre meno fronzoli né inutili optional dai costi esorbitanti. Il perché, nella maggior parte dei casi, si può trovare indagando le strategie di contenimento dei costi che le aziende revisionano mensilmente, viste le sempre più mutevoli esigenze di mercato e di planning strategico.

Il discorso varia notevolmente, però, se applicato a logiche di branding, che sì sono affette dallo stato d’animo dei consumatori ma non, almeno direttamente, da scarsità di beni al pari di questioni meramente economiche. Partendo dal presupposto che “less is more”, come direbbe Ludwig Mies van der Rohe, architetto razionalista e padre del modernismo, non è altrettanto scontato che “less is more simple” (meno è più semplice, ndr.), nel senso che spesso essenzializzare l’immagine di un brand richiede un delicato e minuzioso lavoro di ricerca e sviluppo, un fitto intreccio di indagini di mercato e trial and error, per evitare di snaturare il marchio e minarne irreparabilmente la riconoscibilità.

Appurato, quindi, che semplificare la brand identity non è quasi mai economicamente vantaggioso, perché allora sempre più grandi marchi si stanno inoltrando nella selva oscura del minimalismo stilistico? Semplice: per sopravvivenza, in un mondo moderno in cui è sempre più difficile ottenere l’attenzione del consumatore.

Questioni di punti di vista

Image credits: Freepik

I touchpoint sono estremamente variati, spesso a velocità quasi insostenibili per i pubblicitari più tradizionalisti. Se, fino a qualche anno fa, i clienti potevano interagire con un brand toccandolo con mano, ad esempio scrutando approfonditamente le confezioni sugli scaffali dei supermercati o sfogliando le pagine di una rivista di settore, oggigiorno i contatti sono infinitamente più brevi, spesso relegati nello spazio di poche frazioni di secondo e perlopiù condiviso con decine di migliaia di altre informazioni che portano solo a distrazioni e, generalmente, conseguente disinteresse.

Gli utenti, ormai, spendono la maggior parte del proprio tempo libero scrollando i social media, divenuti in breve tempo un tassello fondamentale per la vita personale e professionale di tutti noi, e non sempre i brand riescono a trasmettere appieno i propri valori se relegati nelle poche manciate di pixel di un post Instagram o, ancora meno, di un’immagine profilo. Da qui nasce l’esigenza di un rebranding guidato esclusivamente dalla volontà di migliorare l’esperienza utente e facilitare, quindi, la memorabilità.

Rebranding sì, ma debranding anche

Il nuovo simbolo di Visa – Image credits: creativebloq.com

Il concetto base è tanto semplice quanto al limite dell’incomprensibile: orpelli stilistici e ornamenti ormai medievali non rendono, qualitativamente parlando, sugli schermi dei nostri smartphone e, anzi, rischiano solamente di far storcere il naso ai puristi del branding. Allora via tutto, via dalla composizione ogni elemento che non serve esplicitamente a mettere in risalto il marchio, anche se questo elemento coincide con il marchio stesso.

È il caso di Visa, ad esempio, che abbiamo inserito nella lista dei migliori rebranding di luglio: dal nuovo emblema è sparito, letteralmente, il logotipo recante il nome della compagnia. Questa decisione, a primo impatto incomprensibile, mette perfettamente in risalto un netto cambio di strategia del marchio, che in futuro andrà a offrire un più ampio spettro di servizi ai propri clienti, spingendosi ben oltre le classiche carte di credito, così come ci dà conferma che a volte i soli colori corporate bastano (e avanzano, ndr) per farci scattare in testa quella scintilla capace di collegarci istantaneamente a un brand.

Rebranding che assomigliano sempre di più a debranding: colori e forme ridotti sempre di più all’essenziale per una più semplice ricezione da parte del cliente o, nella maggior parte dei casi, un futuro tale, rendendosi però vulnerabili a potenziali errori di calcolo che potrebbero comportare ingenti danni d’immagine per l’azienda.

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Il mondo dei rebranding è tanto affascinante quanto complesso, un perfetto mix di tecniche pubblicitarie e vera e propria arte comunicativa, e siamo certi che in futuro vedremo sempre più loghi semplici e ripuliti di ogni elemento non-utile (inutile, in questi casi, è forse eccessivo, ndr.), piuttosto che emblemi old-style dalle forme complesse e ricercate.

Ci leggiamo presto!

Sempre più grandi, grazie a Te.

Cara lettrice e caro lettore, se fai parte delle ventimila persone che ogni mese sceglie di leggere La Gazzetta Del Pubblicitario per informarsi, arricchirsi o divertirsi, questa lettera è per te…

Federico Peverelli

federico@lagazzettadelpubblicitario.it

Ciao! Sono Federico. Sono rapito da qualsiasi cosa possa essere commentata, ma il mondo della pubblicità mi ha sempre affascinato più di qualsiasi altra cosa. Ah! Sono perennemente in ritardo, ma sulle notizie prometto che sarò sempre puntuale.

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