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A cura di Marco Pighizzini

AdvHistory: Cinghiale, storia di un grande pennello

Il 1975 ha visto nascere lo spot più longevo della tv italiana. Si inizia ad assaggiare l’estate e arriva, puntuale come un imbianchino in biciletta, il racconto di Adv History sul “Grande Pennello” di Cinghiale.

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Cinghiale“, “Pennello” e “Pubblicità” sono tre parole che non hanno nulla a che vedere tra di loro, ma che messe assieme hanno regalato alla nostra cultura popolare lo spot più longevo della televisione italiana: non servirebbe spiegarlo, ma se proprio vivete su un’altra dimensione stiamo parlando dello spot del Pennello Cinghiale. Un imbianchino goffo carica sulla bici un pennello gigante nel traffico milanese e viene fermato da un vigile dai guanti bianchi che chiede spiegazioni: «Devo dipingere una parete grande, ci vuole un pennello grande» e il vigile replica «Non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello», prima della comparsa del logo aziendale annunciato da quella voce fuori campo anni ’70 che sembra parlare con un panno sopra alla faccia.

Lo spot del Pennello Cinghiale

Il primo aspetto interessante è che, anche se lo spot è andato in onda per più di 40 anni con qualche interruzione, il grande pubblico sa molto poco dell’impresa Cinghiale: italiana, mantovana, a gestione familiare, tutt’ora esistente e nata negli anni ’40 dal signor Boldrini – no, non dal signor “Cinghiale” –, che iniziò l’attività vendendo scope e pennelli su un calesse per tutta Italia. Il nome “Cinghiale” fu scelto solo perché suonava bene – “un animale robusto come i nostri prodotti” – anche perché nessun pelo di cinghiale (ma di maiale) è stato mai utilizzato per le setole dei pennelli.

Vuoi per lo slogan immediato e assurdo, vuoi per la risata che ti strappa, vuoi per la mimica estremizzata del caratterista, il concetto che “non ci vuole un pennello grande ma un Grande Pennello” è entrato nelle nostre teste senza più uscirne: un concentrato di quella quotidianità stravolta, giochi di parole per tutti, formalità spiccia e loghi non particolarmente complicati, come imponeva la linea italiana degli anni settanta.

Un fotogramma del celebre spot

Questo spot è una creatura di Ignazio Colnaghi: attore, doppiatore e pubblicitario, già autore di altri veri e propri capolavori – o tentativi di lavaggio del cervello – come Il Galletto Vallespluga, La stella di Negroni e Calimero nella Tinozza. Per la scelta degli attori, la moda del tempo impose un caratterista – figure molto in voga fino ai primi anni ’90 – come Enzo De Toma, che aveva già lavorato con Pozzetto e Celentano e che soprattutto, si dice non sapesse andare in bici (anche per questo la bici che carica il pennello ha le rotelle). Per il ruolo del vigile, l’attore Francesco Papi venne doppiato da Carlo Bonomi, voce tra gli altri di Pingu e del Fred Flinstone de “Gli antenati”.

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Il successo fu tale che Cinghiale non cambiò mai lo spot – “modificarlo sarebbe stato rischioso per l’azienda” -, mandandolo in onda fino al 2020 puntualmente durante l’estate, cioè quel periodo dell’anno in cui secondo l’azienda si è più inclini ad effettuare lavori edilizi in casa. Immancabili le parodie aiutate anche dai doppi sensi che un “grande pennello” di un imbianchino può suggerire , le citazioni al cinema e addirittura le lezioni di grammatica a scuola, in cui lo scambio tra il vigile e l’imbianchino viene usato ad esempio per l’importanza dell’ordine degli aggettivi all’interno di una frase.

Il pennello originale dello spot con l’AD di Cinghiale. Image credits: corriere.it

In seguito a tutto questo successo, ancora oggi il “Grande Pennello” originale è esposto nella sede di Cinghiale in provincia di Mantova: lo vollero molti artisti per le loro rappresentazioni e lo ottenne in prestito anche Dario Fo, per una sua serie di rappresentazioni teatrali. La verità è che questo “Grande Pennello” ci piace perché ci riporta al passato: alla sola vista di quella Milano che non c’è più e al solo ascolto di quell’audio ovattato, tutti noi tiriamo fuori un ricordo delle nostre vite.

Si tratta di uno spot che è rimasto nella nostra testa, insidiato da quelle campagne che sembrano essere proprio come i prodotti esteri a basso costo che Cinghiale prova a contrastare: «economicamente forse più vantaggiosi ma qualitativamente meno validi».

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Marco Pighizzini

p.marco@lagazzettadelpubblicitario.it

Mi piace la pubblicità perché è un'indagine continua sul genere umano. Sono nato in Friuli, cresciuto a Milano e ho scelto di vivere con una baguette sotto al braccio, con grande umiltà e sempre con massima ironia.

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