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Minus
A cura di Stefano Nava

100 post a vita: ecco Minus, il social media al confine tra esperimento mediatico e opera d’arte

Tempo di lettura: 5 minuti

Sembra uscire dalla fantasia di uno sceneggiatore di Black Mirror il social media lanciato quest’estate: Minus sfugge a qualunque logica mediatica, con features mai viste prima e un approccio all’utente unico nel suo genere. Ma qual è la finalità di questo controverso progetto? Ve ne parliamo nel pezzo di oggi.

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UN SOCIAL A OROLOGERIA

Facciamo un gioco.
Immaginate di stare testando, con una ristretta cerchia di privilegiati, la versione beta del più straordinario social media mai lanciato. Si tratta di un gioco, quindi non siamo chiamati a definire i dettagli: la piattaforma presenta semplicemente una straordinaria gamma di formati e possibilità espressive, mai neppure immaginate fin ora. E voi, dal retro di uno schermo, smaniate dalla voglia di sfruttarle tutte. Avete prodotto il primo contenuto e state per lanciarlo, soddisfatti, nell’iperspazio, ma in quell’istante un banner vi avvisa di un’eventualità che non avreste mai previsto. Ogni post che producete attiverà istantaneamente un countdown, che sottrarrà un’unità a un monte totale prestabilito, poniamo, di cento pubblicazioni massime. Per sempre.
Probabilmente eliminereste frettolosamente quanto fatto e realizzereste il vostro contenuto da capo, migliorando ‒ poniamo ‒ una sfumatura semantica del testo che avevate composto, o ripetereste lo scatto di quella fotografia che vi ritrae alla ricerca del profilo perfetto. O addirittura evitereste del tutto di pubblicare, in attesa di momenti più entusiasmanti da condividere con la vostra cerchia di contatti.

Si tratta di un gioco: ve lo avevamo premesso e lo starete probabilmente pensando anche voi ora. Chi mai, del resto, realizzerebbe una piattaforma del genere? In un social media scenario che si sostenta grazie a modelli di business incentrati principalmente sulla pubblicità, la produzione di contenuti è il driver che propelle tutto l’ecosistema di inserzioni. Meno contenuti significa meno slot pubblicitari e meno slot pubblicitari meno profitto.
Gioco o meno però qualcuno ha scelto di sviluppare una piattaforma social su quest’elevazione a sistema della scarsità. Si chiama (programmaticamente) Minus ed è nato la scorsa estate. Per comprendere il senso della sua esistenza dobbiamo però, prima di tutto, radiografarne le feature più significative in una breve trattazione.

L’ANTI-TWITTER DOVE OGNI PAROLA PESA


All’interno del feed di Minus tutto sembra sospeso e ridotto ai minimi termini. L’ambiente che attende l’utilizzatore è quello di un Twitter in stato di narcosi: il colore che domina incontrastato il layout è il grigio, alternato a vaporosi toni di bianco panna e nero china. Lo stesso logo della piattaforma è ‒ e non poteva essere altrimenti ‒ minimale ai limiti del didascalico. Il risultato finale è un’identità visuale scarna, che sembra volere deliberatamente distrarre anziché immergere in una user experience coinvolgente.

Esempio del feed di Minus. Ad affiancare il nome degli utenti il numero dei post residui, unica vera metrica del social.




A Twitter guarda anche l’architettura di piattaforma vera e propria: Minus è essenzialmente un servizio di microblogging con un ordinato feed che ripropone all’utente contenuti d’interesse. Ma se l’unico limite imposto da Twitter sono i 280 caratteri, Minus ne ha congegnato uno sadicamente più restrittivo: ogni account registrato ha la possibilità di pubblicare solo ed esclusivamente cento post. Tutto, all’interno di Minus, è architettato per ricordarlo e si tratta sostanzialmente dell’unica metrica di rilievo in un social media che non ne vuole sapere di tracciare, monitorare e contestualizzare. La barra in cui digitare i post ricorda all’utente il numero di inserimenti rimasti, che appare ad esempio anche a lato di ogni profilo utente attivo.

L’onnipresente countdown

Sdoganati dagli sviluppatori sono i commenti, liberamente inseribili, ma non tentativi ingenui di bypassare in qualche modo il countdown: cancellare dalla propria pagina contenuti non cambierà in alcun modo il conteggio.
Dietro al velo dello spoglio layout di Minus si nascondono altre sorprese, soprattutto per quanto riguarda il comparto tecnico. Con uno sguardo un po’ più approfondito si evince come il social sia stato progettato con il più controintuitivo degli scopi: imbrigliare l’engagement.
Non esiste alcun algoritmo che targhettizzi i contenuti, che vengono proposti secondo la semplice successione cronologica. I marcatori temporali in calce a ogni post sono così vaghi da risultare quasi ironici, tanto che diciture come “Posted a while ago” sono l’unico riferimento presente. Non esiste alcun sistema di monetizzazione né funzioni disegnate per favorire l’interazione come notifiche, reactions o condivisioni.  


Dimenticatevi gli scopi usuali degli sviluppatori della new entry di turno del mondo dei social: i creatori di Minus non hanno intenzione di andare alla ricerca di alcun modello di bussines, né di costruire un customer base di miliardi di utenti e meno che mai di aspirare al ruolo di game changer del momento. E se lo aveste già sospettato, ve lo confermiamo: Minus esiste con l’unico scopo di fare riflettere.

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ARTE SOTTO MENTITE SPOGLIE

Minus, per quanto liberamente accessibile da chiunque e pienamente funzionante, è difatti frutto della creazione di un’artista. La mente che ha dato vita a questa brillante intuizione è quella di Ben Grosser, artista americano con alle spalle una passione decennale per l’informatica e i social media. Già noto ai commentatori italiani da tempo, Grosser è un vero e proprio software artist: un creativo con competenze verticali in fatto di programmazione che è già stato capace di stupire tutti con autentici colpi di genio sotto forma di stringhe di codice. La sua creazione più famosa è Facebook Demetricator: ideata quando Grosser, nel 2012, si rese conto di stare cadendo nell’ossessione per la crescita del suo account, è un’estensione per browser in grado di rimuovere ogni numero dall’interfaccia di navigazione, rendendo Facebook un luogo completamente irriconoscibile.

Ben Grosser, il padre di Minus. Image Credis: Artribune


Il più recente Minus è stato presentato all’arebyte Gallery di Londra durante la mostra Software for Less: il più grande evento in Europa dedicato alla software art nonché un’occasione per riflettere sulle implicazioni sociali, psicologiche e culturali dell’avvento dell’era digitale. L’intento di Minus è precisamente quello di presentare allo internet user l’antipiattaforma social: un network che lega ambo le mani alla crescita continua, all’engagement a ogni costo e alla produzione spasmodica di contenuti. Ben Grosser lo definisce con una certa quota di orgoglio “a finite social network” e chiede, nel proprio sito personale “Quanto sarà disorientante interagire su una piattaforma che non cerca di stimolare un coinvolgimento infinito in ogni secondo che passi sveglio? Proprio come la vita, Minus ha dei limiti.”
Potete liberamente creare un profilo per cercare la vostra personalissima risposta a questa domanda: questo è il link per registrarsi.

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TUTT’ALTRO CHE UN ESERCIZIO DI STILE

Le domande che Grosser pone, e quelle che Minus suscita, sembrano pura speculazione, ma non lo sono affatto. Minus è un esperimento di arte militante e solleva questioni gigantesche. Quanto cercare l’engagement a ogni costo fa il beneficio di una piattaforma? Perseguire la sola crescita esponenziale del giro d’affari favorisce la propagazione di contenuti impropri e fake news? Quanto sono preziose le tracce che lasciamo, sotto forma di comportamenti e dati personali, navigando sui social media? Quanto spesso ci capita di pubblicare per automatismo, senza ponderare il peso delle nostre parole? Questioni pragmatiche, che col passare degli anni fortunatamente coinvolgono non solo gli addetti ai lavori del digital ma quote sempre più ampie di utenza. A meno di imprevedibili colpi di scena, Minus non costruirà mai una customer base di frequentatori abituali, anche se sarebbe interessantissimo assisterne allo sviluppo. Eppure, l’esperimento è così inedito da risultare mozzafiato anche perché, viene da aggiungere, riesce perfettamente nel suo intento. 

Ci leggiamo presto!

Sempre più grandi, grazie a Te.

Cara lettrice e caro lettore, se fai parte delle ventimila persone che ogni mese sceglie di leggere La Gazzetta Del Pubblicitario per informarsi, arricchirsi o divertirsi, questa lettera è per te…

Stefano Nava

stefano@lagazzettadelpubblicitario.it

Editor e copywriter, ho scoperto che le parole erano tutto ciò che avevo: ho cercato quindi di farne il mio lavoro. In principio più orientato verso l'adv tradizionale, ho scoperto quanto la comunicazione digitale possa essere elettrizzante: sto facendo il possibile per portarmi in pari, spiando dal buco della serratura di tutte le pagine corporate che trovo!

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