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L’intelligenza artificiale non ha ancora ucciso nessuno, Excel sì. Più volte.

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22 Maggio 2025
Tocca mettersi comodi

Sei miliardi bruciati per una formula incollata male. 1.500 morti per un limite di righe superato. Un errore di tabella che ha giustificato l’austerity in mezza Europa: questo è il lato oscuro di Excel. E mentre tutti temono l’intelligenza artificiale, la vera minaccia è già qui. Silenziosa. In formato .xls.

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L’umanità ha sempre avuto un talento speciale: temere l’apocalisse sbagliata. Nei centri di ricerca, nei board delle big tech, nei panel delle conferenze etiche – ma anche nei brainstorming delle redazioni, nei corridoi del Parlamento Europeo, nei caffè delle facoltà di filosofia e nei laboratori degli ingegneri informatici – il terrore si traveste da scenario futuribile. L’intelligenza artificiale è la nuova entità demoniaca: la si immagina cosciente, ribelle, improvvisamente ostile. Una Cassandra binaria che un giorno si sveglia e, con voce piatta e perfettamente rispettosa del prompt, decide che l’umanità è un bug da correggere. O peggio ancora, che la specie vada sterminata perché un manager ha chiesto di ottimizzare la produzione di latte e lei, ubbidiente come un genio idiota, trasforma il pianeta in un allevamento orbitale. Skynet, HAL9000, Terminator – le stesse fantasie post-industriali da VHS rigata: come se il vero errore fosse l’intelligenza. Ma intanto, mentre si dibatte di coscienze sintetiche e protocolli etici, nella fanghiglia silenziosa delle organizzazioni, le persone continuano a morire per motivi ben più miserabili: righe troncate, formule sputate da uno stagista nel 2012, file dimenticati in una sottocartella dal nome “documenti_Q3_definitivo (2).xlsm”.

Excel è il killer-ragioniere del mondo moderno. Un’arma improvvisata ma istituzionalizzata, una proto-infrastruttura digitale ante litteram. Nasce nel 1985, quando Arpanet era ancora appannaggio militare e i “social” significavano il circolo del tennis. Prima del web, prima di Netscape, prima persino di Word, Excel c’era già. E ci resta. È il software più usato nel mondo del lavoro dopo il browser, e secondo Microsoft, oltre un miliardo di persone nel mondo interagisce con fogli di calcolo compatibili ogni anno. Non ha un’interfaccia accattivante, non ha un CEO mediatico, ma ha la forma perfetta per un equivoco: una griglia ordinata che dà l’illusione di sapere cosa si sta facendo.
È ovunque e proprio per questo non è da nessuna parte. Nessuno lo ama, tutti lo usano, nessuno lo controlla, tutti ci si affidano. È la lingua franca della burocrazia globale, una religione silente fatta di celle, colonne e fegato spappolato a fine trimestre.

È qui che abita il vero rischio sistemico: non nella supercoscienza artificiale, ma nella superfiducia umana verso strumenti inadeguati, inadatti e inspiegabilmente intoccabili. Un ospedale che gestisce la chemioterapia con una tabella piena di macro non verificate. Una banca che affida il controllo dei derivati a una formula copiata e incollata a caso. Un’amministrazione pubblica che monitora una pandemia con un file .xls che ha un limite di righe inferiore al numero dei contagiati. Nessun allarme, audit, kill switch, “red team” con badge da MIT. Excel non fa paura perché non pensa. Ma è proprio per questo che può fare danni ovunque, senza ostilità e senza sospetti. È l’amianto del digitale: sembrava utile, ha avvelenato mezzo mondo. E così, mentre il mondo sgrana gli occhi per due LLM che si inventano una lingua tra loro, dimentica che Excel, nel frattempo, ha già avuto le sue Chernobyl – e anche un paio di Three Mile Island – senza mai finire in prima pagina. Nessun robot assassino, nessuna coscienza fuori controllo: solo righe e colonne, e un numero di cadaveri che l’industria dell’AI, per ora, si sogna soltanto.

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Se volessimo compilare una classifica delle peggiori catastrofi nate da foglio di calcolo, ecco la top 5 – stilata secondo un criterio rigorosamente arbitrario: una miscela impura tra entità del danno e grado di umiliazione amministrativa che l’errore è riuscito a generare nel mondo reale.

Primo posto: il tracciamento COVID del governo britannico nel 2020. L’agenzia Public Health England usava ancora Excel 2003, che ha un limite massimo di 65.536 righe. Il file esplose silenziosamente e 15.841 casi positivi non vennero caricati nel sistema. Conseguenze: oltre 50.000 persone non tracciate, almeno 1.500 morti stimate, e un’intera infrastruttura epidemiologica affondata da un .xls fuori scala.

Secondo posto, ex aequo tra la finanza tossica di JPMorgan e l’economia disfunzionale dell’austerity: nel 2012, una formula Excel mal incollata contribuì a una perdita da 6 miliardi di dollari in derivati nella cosiddetta “London Whale”, uno dei peggiori disastri finanziari da errori umani.

Ma ancora più grottesco fu il caso accademico del 2010: due celebri economisti, Reinhart e Rogoff, pubblicarono uno studio (poi usato da governi e BCE) che dimostrava un legame tra debito pubblico e stagnazione economica. Peccato che fosse basato su una formula Excel che saltava interi paesi dal calcoloL’austerity, che i manuali futuri racconteranno come la prima grande crisi ideologica prodotta non da banche fallite o guerre perdute, ma da una tabella: la tessera iniziale di un domino che cade da quindici anni e ancora non sappiamo dove andrà a schiantarsi.

Quarto posto sempre per la sanità britannica: il caso NHS 2025, dove oltre 5.000 pazienti oncologici non vennero mai contattati per lo screening a causa di un malfunzionamento nella pipeline di gestione dati (che prevedeva, indovina un po’? Excel). Almeno dieci morti confermate. Chiude la cinquina una perla meno letale ma moralmente sublime: MI5, i servizi segreti della regina, 2010. In un file usato per filtrare numeri sospetti da intercettare, un errore di formattazione portò all’intercettazione casuale di 134 cittadini britannici totalmente ignari. La Stasi aveva le schede cartacee, il Regno Unito aveva le celle. Un virus, una banca, una dottrina economica, un tumore, un’agenzia di spionaggio: cinque varianti, un solo colpevole. E sempre lo stesso suono, sommesso ma sinistro: #REF!.

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Excel è pericoloso non perché è un software sbagliato, ma perché è stato elevato a strumento di governo da persone che non distinguono una struttura dati da un elenco ordinato. Viene aperto, riempito, duplicato, tagliato e salvato senza alcuna logica di controllo o tracciabilità. Le formule si copiano da file del 2014, i dati si aggiornano a mano, i nomi dei fogli sono un palinsesto di versioni mai veramente definitive. Il problema non è lui di per sé, come non lo è l’inventore del motore a scoppio delle vittime della strada. Sono le pubbliche amministrazioni sfinite che lo usano per gestire campagne vaccinali, e i manager che credono di “governare con i numeri” mentre manipolano fogli rotti in cartelle condivise. Il software Microsoft è nato per fare calcoli rapidi, per la contabilità base di una PMI o per simulazioni personali. Non per orchestrare la catena logistica di una sanità pubblica, né per fondare l’impianto teorico di una dottrina fiscale continentale. Eppure lo si continua a trattare come un database, un gestionale, un’infrastruttura… quando non lo è. E non lo sarà mai. Perché non è sicuro, non è controllabile, non è pensato per la coerenza o la validazione: è un foglio bianco in cui tutto può sembrare corretto anche quando è completamente sbagliato. E in un mondo dove si costruiscono decisioni su questa sabbia, basta una cella corrotta per mandare a monte un intero processo decisionale. Se oggi si può morire per un #REF!, domani si potrà morire per un algoritmo di triage ospedaliero che, in nome dell’efficienza, esclude i pazienti anziani perché fiscalmente meno produttivi. Il vero problema non è lo strumento. È l’illusione che basti a governare l’incertezza. E così, mentre il sistema deraglia, continuiamo a cliccare “salva con nome”, come se bastasse.

Ci leggiamo presto!

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