Se Facebook fa la spia. Il caso della minorenne incriminata con un messaggio

Avatar photo
20 Agosto 2022
Tocca mettersi comodi

Nel mese di Giugno la Corte Costituzionale americana ha eliminato il diritto all’aborto in quasi la metà degli Stati Uniti e l’enorme quantità di dati raccolti da Facebook e altre società affini si possono trasformare in un bacino di informazione ricchissimo per i casi di indagine.

Un’adolescente del Nebraska è stata accusata di aver praticato un aborto in violazione alla legge statale. L’elemento che ha scatenato un polverone intorno a questa storia è nel metodo di reperimento dei dati d’indagine che hanno incastrato la minorenne e la madre. Le due donne, infatti, sono state accusate dalle autorità sulla base di alcune conversazioni avvenute su Facebook e ottenute dagli inquirenti con un mandato di perquisizione.

La diciassettenne Celeste Burgess, insieme a sua madre Jessica, è in attesa di processo presso il tribunale distrettuale della contea di Madison con l’accusa di aver infranto una legge del Nebraska che vietava l’aborto dopo venti settimane.

Questo rappresenta uno dei primi casi in cui l’attività di un utente su Facebook viene utilizzata come prova d’indagine in uno stato in cui l’accesso all’aborto è limitato.

La soffiata

Celeste e sua madre sono state accusate già a luglio di presunta rimozione, occultamento e abbandono di un corpo umano, questo in seguito a una soffiata giunta al dipartimento di polizia di Norfolk in cui si affermava che Celeste aveva abortito ad Aprile, quindi alla ventitreesima settimana di gravidanza, e seppellito segretamente il feto con l’aiuto di sua madre.
La ragazza ha raccontato alla polizia di aver subito un aborto spontaneo, ma le autorità hanno continuato a indagare, presentando a Meta un mandato di perquisizione per accedere agli account Facebook di Celeste e Jessica. Successivamente hanno trovato una serie di messaggi tra la madre e la figlia che descrivevano in dettaglio come Celeste avesse subito un aborto autogestito con l’aiuto di Jessica.

Image credit: Vice

I DM di Facebook ottenuti dalle forze dell’ordine sono stati quindi utilizzati come base principale per un secondo mandato di perquisizione, in cui sono stati sequestrati alle Burgess 13 dispositivi tra laptop e smartphone, da cui sono stati estratti 24 gigabyte di dati: immagini, messaggi e cronologie web.

Dopo la pubblicazione di questa storia, il portavoce di Meta Andy Stone ha affermato in una dichiarazione su Twitter che la società non era a conoscenza dell’oggetto delle indagini e l’aborto non era in nessun modo menzionato: “I mandati riguardavano accuse relative a un’investigazione criminale e i documenti del tribunale indicavano che le indagini della polizia erano relative al caso di un bambino nato morto, non alla decisione di abortire.”
Stone rifiuta quindi l’accusa di aver agito consapevolmente a scapito di un’imputazione specifica, e dichiara al Washington Post  quanto sia alta l’attenzione verso i dati forniti in seguito a richieste governative, “Esaminiamo attentamente tutte le richieste del governo riguardo informazioni sugli utenti e rispondiamo solo a richieste legali di informazioni in conformità con la legge applicabile e le nostre policy, fornendo avviso agli utenti ogni volta che è consentito.”

Privacy riproduttiva

Benvenuti nell’era della privacy digitale “post-Roe”. Roe contro Wade è il caso che diede il nome alla storica sentenza degli anni settanta con cui si ottenne il diritto all’aborto negli Stati Uniti. Nel Giugno 2022, dopo quasi cinquant’anni, la Corte Suprema decide di revocare questo diritto.

Image credit: New York Times

Attraversiamo un momento storico in cui l’uso della tecnologia ha reso praticamente impossibile eludere il tracciamento onnipresente e questo si riflette su tutti gli aspetti della vita. Pubblico o privato diventa un confine sfumato.

Negli stati che hanno vietato l’aborto, le donne che cercano opzioni fuori dai confini per interrompere le gravidanze devono osservare una lunga lista di precauzioni e cautele per eludere la sorveglianza, come la connessione a Internet attraverso un tunnel crittografato e l’utilizzo di indirizzi e-mail temporanei, per ridurre la probabilità di essere rintracciate.

Ma se le forze dell’ordine possono ottenere mandati del tribunale per l’accesso a informazioni dettagliate, inclusi i dati sulla posizione registrati dalle reti telefoniche, anche queste misure cessano di avere efficacia.

La “privacy riproduttiva” è diventato un argomento così caldo negli Stati Uniti, che i funzionari governativi e i legislatori si stanno affrettando a introdurre nuove politiche e progetti di legge per salvaguardare i dati degli americani.

Image credit: Aidos

“Ci sono due cose che devono accadere”, ha affermato Adam Schwartz, avvocato presso la Electronic Frontier Foundation, un gruppo per i diritti digitali a San Francisco, “Uno è l’autodifesa della sorveglianza, che è importante ma non sufficiente. E il secondo è emanare una legislazione che protegga la privacy riproduttiva”.

Il presidente Biden ha emesso un ordine esecutivo per rafforzare la privacy degli utenti, in parte combattendo la sorveglianza digitale, e tra le nuove proposte legislative più dure figura il My Body, My Data Act. Introdotto a giugno dalla rappresentante Sara Jacobs, democratica della California, il disegno di legge vieterebbe alle aziende e alle organizzazioni non profit di raccogliere, conservare, utilizzare o condividere i dettagli sulla salute riproduttiva o sessuale di una persona senza il consenso scritto della stessa.
Un altro disegno di legge, Il quarto emendamento Is Not For Sale, impedirebbe alle forze dell’ordine e alle agenzie di intelligence di acquistare informazioni relative alla posizione di una persona e altri dettagli personali da intermediari di dati.

La parola alla difesa

La politica interna che Meta ha messo in atto dal 2019, molto dibattuta, vieta ai dipendenti di discutere opinioni o pensieri sull’aborto e ideologie politiche, religiose e umanitarie intorno all’ argomento. Questo per non creare tensioni o atteggiamenti divisivi sul luogo di lavoro, ha affermato la vicepresidente delle risorse umane Janelle Gale.
Un mese prima dell’accusa di Celeste, i dipendenti hanno chiesto a Mark Zuckerberg, come l’azienda proteggerà le scelte personali relative alle tematiche dell’aborto dopo l’annullamento del Roe v. Wade. Il CEO ha sottolineato la continua spinta dell’azienda a crittografare i suoi servizi: “Proteggere la privacy delle persone è sempre importante e questo è particolarmente rilevante in questo momento”, ha detto Zuckerberg secondo una registrazione ottenuta da CyberScoop.

Image credit: inlinestyle

Tuttavia la posizione di Meta a riguardo non è chiara.

Da una parte la società ha annunciato che rimborserà le spese ai dipendenti che si troveranno a recarsi in un altro stato per abortire, dando prova di apertura e disponibilità verso la tematica, dall’altra gli utenti hanno recentemente notato che i post di Instagram e Facebook sull’acquisizione di pillole abortive, come il mifepristone, venivano sistematicamente rimossi

Inoltre, stando ai dati provenienti da Media Matters, sembra che Facebook abbia ricevuto numerose entrate da organizzazioni anti-aborto che pubblicano annunci con informazioni errate o incomplete sulle procedure di aborto farmacologico e sulla cosiddetta “inversione della pillola abortiva”, nonostante questo sia ovviamente proibito dalle politiche pubblicitarie della piattaforma contro la disinformazione sulla salute.
Un’ulteriore indagine di Markup ha scoperto che Facebook stava raccogliendo dati dagli utenti che interagiscono con i siti web di servizi per l’aborto e successivamente ha reso tali informazioni disponibili ai gruppi anti-aborto.

Quanto ci segui da 1 a Instagram?

Ogni giorno sui nostri social media pubblichiamo notizie esclusive che non puoi trovare sul sito. News, pills, stories e sondaggi per aiutarti a comprendere sempre meglio il mondo del marketing e della pubblicità! Ti basta scegliere a quale canale sei più affezionato e cliccare qui sotto.

No tracking please

Già quando una bozza della decisione della Corte Suprema americana è trapelata per la prima volta a maggio, numerosi utenti hanno posto l’attenzione sul rischio a cui espongono questi percorsi digitali. Alcune donne poi hanno pensato a dati specifici: le informazioni che condividono ogni mese sui loro cicli mestruali con varie app di monitoraggio del ciclo. L’allarme è arrivato da numerose attiviste, veloce e diretto: eliminatele subito!

Image credit: Twitter

Tuttavia, in bizzarra contraddizione le esortazioni a sbarazzarsi delle app sembrano aver avuto l’effetto opposto. Secondo Data.ai, che monitora l’attività dell’app store, i download di app di monitoraggio del periodo sono raddoppiati nei giorni successivi al ribaltamento del Roe v. Wade. Per questo motivo le app con l’impennata maggiore di download, Clue e Stardust, hanno entrambi assunto impegni pubblici per la protezione dei dati dopo la decisione della Corte Suprema.

Image credit: clue

Cynthia Conti-Cook, avvocato per i diritti civili e ricercatrice di tecnologia presso la Ford Foundation, ha svolto numerose ricerche sui procedimenti contro donne incinta accusate di crimini nei confronti del feto e ha catalogato le prove digitali utilizzate contro di loro. La Conti-Cook sostiene che le app di tracciamento del ciclo sono solo uno dei numerosi modi in cui ottenere informazioni private e di certo non il più comune.

I messaggi privati e le ricerche sul web svolte dagli utenti sono due degli indizi più utilizzati in sede di accusa.

Gli investigatori potrebbero anche richiedere i dati sulla posizione degli smartphone se gli stati approvassero leggi che vietano alle donne di viaggiare in aree in cui l’aborto è legale.

Un numero crescente di legislatori e difensori della privacy ha esortato le aziende tecnologiche a cessare la raccolta di dati sensibili che potrebbero essere utilizzati dalle forze dell’ordine per criminalizzare l’aborto e alcune tra le grandi società di informazione e comunicazione hanno mosso azioni a scopo tutelativo per gli utenti.

Google, tra le prime, ha affermato che cancellerà i dati relativi alla posizione di persone che visitano luoghi ritenuti di interesse per eventuali indagini, come le strutture in cui si praticano aborti, e tale politica si applicherà anche a cliniche per la fertilità, centri di accoglienza per violenza domestica, strutture per il trattamento delle dipendenze e altri luoghi sensibili.
Tuttavia, la società ha rifiutato di specificare se anche i geodati dettagliati, come le coordinate GPS e le informazioni di percorso, sarebbero stati rimossi, e non si è impegnata a eliminare automaticamente le ricerche web sul tema dell’aborto, gli utenti devono scegliere individualmente di eliminare la cronologia delle ricerche.

Ti sta piacendo il nostro articolo?

Iscriviti alla nostra newsletter per non perdere i nostri speciali riservati in arrivo ogni domenica!

Cliccando su Iscriviti acconsenti al trattamento dei dati personali ai sensi del Reg. UE 2016/679 (GDPR)

Salute e dati

Il dibattito ci mette davanti a un tema difficile da gestire: la quantità di informazioni digitali che condividiamo quotidianamente. Possiamo adottare alcune misure per ridurre al minimo la quantità di dati che emettiamo, ma è praticamente impossibile eliminarla.

Le autorità possono avere accesso a queste informazioni e utilizzarle a scopi tutelativi, come accade ormai regolarmente per le indagini. Ma quando il concetto stesso di tutela è ambiguo e contrastato il ruolo della giustizia si complica e l’enorme volume di dati in così tante mani, con così poche restrizioni legali, crea opportunità di uso improprio.

Come un caso nel recente passato in cui gli attivisti anti-aborto hanno utilizzato una tecnologia nota come geo-fencing mobile per localizzare le visitatrici dei centri abortisti Planned Parenthood e inviare sui loro smartphone annunci pubblicitari per dissuadere le donne dal porre fine alla loro gravidanza.

O un altro caso, in cui una testata giornalistica cattolica ha ottenuto i dati sulla posizione di un telefono di proprietà di un prete dall’app Grindr.

Image credit: Forbes

Sono numerose le voci che si sono alzate per educare alla salvaguardia dei propri dati. La stessa Conti-Cook ha espresso il proprio punto di vista in un articolo sul Los Angeles Times, suggerendo alcune azioni utili per tutelare le informazioni sensibili.

“È difficile dire cosa accadrà dove, come e quando, ma le possibilità sono piuttosto pericolose”, afferma Conti-Cook.

Autonomia digitale e autonomia fisica sono indissolubilmente legate ed è necessaria al più presto una presa di coscienza sulla gestione dei nostri dati, supportata da un’adeguata preparazione e consapevolezza in materia.

Ci leggiamo presto!

Immagine copertina: Time

Avatar photo
Misuro i miei anni in Topolino (sono nata intorno al numero 1621, fate voi...), per l'altezza basta metterne sei o sette impilati in verticale. Folgorata dall'amore per l'adv con la pubblicità delle Morositas anni 90, da allora cerco di Prenderla Morbida e conciliare più passioni in un'unica vita. Stilista di giorno, copywriter di notte, editor a ore pasti.