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A cura di Redazione

L’immagine dei minori in pubblicità, tra abusi, sovraesposizione e “far west”: intervista a Carla Garlatti, garante per l’infanzia

Magistrato alla guida dell’Autorità, Carla Garlatti ha le idee chiare sul rapporto tra pubblicità e minori. Ecco il risultato della nostra chiacchierata in cui cerchiamo di venire a capo della tutela dei minori dai messaggi impliciti e dello sfruttamento della loro immagine sui social.

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Carla Garlatti, alla guida dal 2021 dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, non ha problemi ad affrontare la spinosa questione del rapporto tra pubblicità e minori. Magistrato con una lunga esperienza alle spalle – l’ultimo incarico è stato quello di presidente del Tribunale per i minorenni di Triestedal 2011 al 2016 ha prestato servizio all’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia. Garlatti sa però prendere con naturalezza anche temi difficili.

Ai miei tempi, o meglio quando ero bambina, si diceva che dopo Carosello si andava a dormire. Adesso non esiste più Carosello e i comportamenti dei bambini, ovviamente, sono cambiati. Restano però delle regole che andrebbero rispettate in una situazione in cui ci sono davvero tante, troppe norme.

A cosa si riferisce?

Pensiamo alle fasce protette in tv, che ovviamente interessano anche la pubblicità. Le norme sono fissate da un codice di autoregolamentazione tra le imprese televisive pubbliche e private. Il codice ha i suoi fondamenti giuridici nell’articolo 31 della Costituzione che impegna la comunità nazionale, in tutte le sue articolazioni, a proteggere l’infanzia e la gioventù, e dalla Convenzione dell’ONU del 1989. I principi generali, come si dice in questi casi e non sto a elencarglieli, sono ottimi, ma siamo sicuri ad esempio che la fascia protetta dalle 16 alle 19 riservata ai minori sia sempre rispettata? Una parte del codice è poi dedicato espressamente alla pubblicità.

E cosa prevede?

In pratica, come si legge all’articolo 4, le imprese televisive si impegnano a controllare i contenuti della pubblicità, dei trailer e dei promo dei programmi, e a non trasmettere pubblicità e autopromozioni che possano ledere l’armonico sviluppo della personalità dei minori o che possano costituire per loro fonte di pericolo fisico o morale.

Un bell’esempio di belle parole…

Infatti, i problemi ci sono a cominciare dai messaggi impliciti in molti spot, quelli in un certo senso, anche se non propriamente, subliminali. Se un minore vede che un padre fa bene a consumare un bicchiere di superalcolico perché così si calma o si rilassa, non faccio un buon servizio.

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Ma più direttamente come vengono coinvolti i minori?

Detto che della questione si occupa anche l’Istituto di autodisciplina della pubblicità con cui abbiamo attivo un protocollo, ci sono ad esempio molti problemi sull’alimentazione, sulla salvaguardia della salute.

Si riferisce al cibo spazzatura, all’invasione di merendine con messaggi quasi salutistici?

L’obesità infantile non è un fenomeno marginale e va combattuto anche nella pubblicità, senza colpevolizzare i minori.

Il suo accenno all’obesità ci fa venire in mente campagne che, al contrario, puntano sulla malnutrizione o sulle malattie per raccogliere fondi mostrando minori fragili in campi profughi o in situazione di forte disagio. Pubblicità trasmesse a qualsiasi ora, esempio di un marketing davvero poco umanitario?

Mi faccia dire, e qui uso un eufemismo, che non apprezzo questi spot che suscitano la pietas per raccogliere fondi. Ho molto dubbi. Si sacrificano i diritti dei minori nel nome di diritti ritenuti più alti.

Image Credits: Emergency

Ma perché bisogna far vedere un bimbo malato accanto a una madre impaurita e dolente, che quasi certamente non ha firmato alcuna liberatoria?

Come le dicevo anche io ho molto dubbi e qui lancio una proposta. Tutte le ONG e le associazioni che si occupano di raccolte fondi dovrebbero firmare un codice di autodisciplina che regolamenti questo tipo di immagini. Alcune del resto già lo fanno e non credo che il loro messaggio sia meno efficace.

Ma non si potrebbe direttamente emanare una norma che vieti lo sfruttamento dei diritti d’immagine dei bambini?

I divieti sono difficili da far rispettare. In Irlanda hanno promosso una specie di consultazione popolare per capire cosa il pubblico ritenesse lecito. Sarebbe interessante saperlo. Credo che far vedere un nuovo ospedale sia molto più producente in termini di crowdfunding di mostrare un bimbo che piange su un lettino.

Tornando alla difesa dei minori, voi vi siete occupati anche delle tutele sui social

Sono temi complessi e legati alla privacy di tutti i soggetti. Immagini gli interessi economici che ruotano attorno a certe piattaforme di giochi. Ci sono frontiere molto delicate come quelle della profilazione e del neuromarketing, che possono ingabbiare le personalità dei minori. Pensi poi alla questione del cyberbullismo con la dittatura dei like o delle amicizie. Ci sono pericoli veri nel mondo virtuale di internet.

Ma anche in campo digital non siamo sommersi di regole e divieti?

Certo ma come facciamo a verificare che un minore sotto i 14 anni non entri su un social? Quasi tutte queste piattaforme sono all’estero, con legislazioni differenti. La age verification è una tema sulla quale stiamo lavorando e abbiamo anche ipotizzato al tavolo del Ministero della Giustizia soluzioni tipo Spid per verificare identità ed età. Un’altra strada è quella indicata dall’Unione europea, che l’11 maggio scorso ha presentato una proposta di Regolamento che mira a coinvolgere i gestori di queste piattaforme con responsabili che valutino, ad esempio, il rischio di adescamento o di diffusione di contenuti pedopornografici che sono molto più presenti di quanto ognuno di noi immagini.

E poi c’è il problema dei genitori…

Questo è un altro bel tema, a cominciare dai genitori che postano le foto dei figli minori sui social. Una gita in famiglia non esiste più se non viene documentata e condivisa online con centinaia di foto. Andrebbe invece sempre difesa la dignità dei minori, i quali se hanno compiuto 14 anni – come proposto dal tavolo del ministero della giustizia – dovrebbero poter chiedere in autonomia la rimozione delle immagini online postate da altri, genitori inclusi, che li ritraggono.

A proposito di dignità, come Autorità vi siete anche occupati della difesa dei cosiddetti figli delle celebrità che vengono coinvolti o sbattuti, come si diceva una volta, in prima pagina…

I figli delle celebrità hanno gli stessi diritti di ogni altro bambino o ragazzo. Non si può invocare la notorietà dei loro genitori, la diffusione dei social, la straordinaria circolazione delle notizie o l’interesse pubblico per giustificare un affievolimento delle tutele.

A dire il vero ci sono anche “celebrities” che ci marciano…

Ovviamente ci sono anche questi fenomeni come quelli dei baby influencer che possono generare forti guadagni se guidati dai genitori. Noi abbiamo proposto di vigilare su tutto, anche sull’aspetto economico,

Il problema forse è però la prevenzione.

E infatti al recente Salone del libro di Torino abbiamo presentato il volume “Geronimo Stilton. Alla scoperta del mondo digitale” realizzato dall’Autorità garante in collaborazione con Edizioni Piemme. La storia raccontata da Geronimo Stilton si sviluppa in 64 pagine illustrate e vede il celebre roditore alle prese con le nuove tecnologie della comunicazione insieme con la sua famiglia e i suoi amici. Avventure e disavventure permetteranno ai più piccoli di conoscere i diritti, i vantaggi e i rischi del digitale. In appendice c’è anche la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in versione child friendly.



A risentirci, Dott.ssa, e buon lavoro.


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Redazione

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