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Interazioni record e niente video: il giornalismo sportivo social di Fabrizio Biasin. Atipico e parziale, ma obiettivo

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18 Dicembre 2023
Tocca mettersi comodi

Rula Jebreal. Marco Travaglio. Gianluca Di Marzio. Nicola Porro. Andrea Scanzi. Eccoli qui in ordine casuale a sfilare: la creme del giornalismo italiano contemporaneo che da qualche anno vive i social media tanto quanto la carta stampata. C’è chi tra vlog, podcast e dirette è ormai divenuto più opinion leader digitale che uomo di redazione: si pensi alle live di Andrea Scanzi o alla Zuppa di Nicola Porro.
E c’è chi, invece, i social li frequenta da anni, pur abitando una dimensione preferibilmente analogica almeno nell’immaginario collettivo come Mentana, Travaglio o Saviano.


E poi c’è Fabrizio Biasin.
Fabrizio Biasin è un “animale” atipico. Nell’abituale classifica mensile di Comscore e Sensemakers, termometro molto tenuto in considerazione nel mondo della comunicazione italiana, è recentemente valso 3.300.000 interazioni. Praticamente la somma di quelle generate da secondo, terzo e quarto classificato Tosa, Di Marzio e Nicola Porro.

E di atipico in lui c’è più di un tratto. Tanto engagement non corrisponde ad alcun atteggiamento sopra le righe, presa di posizione eretica, provocazione incendiaria.
Perché il contenuto del suo presidio social è nella forma quanto di più essenziale esista. In un’epoca in cui i giornalisti aprono canali YouTube o Twitch, Biasin ha scelto di essere cronista social sì, ma vecchia scuola. Opinioni e fatti in pillole, a corredo qualche foto, nemmeno sempre. Mai più delle 250 battute fornite da un Tweet e mai un video.

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Atipico è anche il fatto che Biasin sia un “fazioso“: sfegatato tifoso interista da sempre, ma in fondo irregolare anche nel suo modo di esserlo. Ben lungi dall’ultras iscritto all’ordine, come ne esistono tanti, Biasin è un analista imparziale nella sua parzialità, equilibrato, capace di guardare ben oltre gli orizzonti della Pinetina, con incursioni trasversali sul mondo del calcio in toto e anche su altri sport. Tanto è bastato a valergli un seguito eterogeneo e straordinariamente reattivo.

Lo abbiamo contattato telefonicamente qualche giorno fa per fare quattro chiacchiere a riguardo.

Francamente no. Quando ho iniziato, nel 2004 da “abusivo” – nemmeno da stagista – Facebook era appena nato. Già all’epoca tuttavia mi piaceva portare avanti progetti più personali, anche al di là della mia attività sulla carta stampata. Poi ho scoperto Twitter e sì, a quel punto la mia presenza digitale è diventata un lavoro. X è uno strumento anche più rapido delle agenzie stampa per entrare in contatto con le informazioni se lo si sa utilizzare bene. Ne sono stato principalmente un fruitore, fino ad acquisire abbastanza confidenza da usarlo come mezzo per farmi conoscere.

Dipende che tipo di audience consideriamo. Semplificherei il tutto affermando che ci sono due tipi di appassionato: chi vuole pura caciara e chi invece cerca qualità.
Direi che i primi la caciara online la trovano ampiamente e sempre. Chi fa il mio mestiere ha anche qualche responsabilità, siccome la alimenta scientificamente e senza troppi scrupoli.

Esiste però una nicchia di buona informazione scavata da realtà molto innovative. I miei colleghi più anziani fanno molto fatica a comprenderla, ma ormai è consolidata. Abbiamo per esempio canali Twitch che riescono a parlare di sport in un’accezione intelligente e misurata, rivolgendosi meno alla pancia e più al cervello del tifoso. Il che comprende una maggior fatica ad arrivare in modo immediato, ma direi che globalmente chi comprende ha a disposizione informazione di qualità anche sul web.

Assolutamente sì. Tanto per cominciare credo fortemente che quel format televisivo – così spesso guardato dall’alto al basso – abbia un suo intrinseco valore. Arriva a tutti, dall’abbonato a dieci servizi a pagamento l’anno all’uomo comune che invece cerca (e si accontenta di) contenuti più semplici. E poi fa compagnia: se lo si sa prendere per quello che è e con spirito critico può ancora essere considerato un modo di fare informazione efficace e valevole. Credo che peraltro QSVS abbia creato un genere e fatto scuola in tutt’Italia, come prodotto televisivo prima e anche come format spendibile in digitale. Prendiamo la Bobo TV: quattro grandi campioni, che sono pur sempre quattro amici, parlano di calcio in un registro informale, personale e diretto. Cosa c’è di così diverso da Telelombardia, in fondo?

Non faccio video: per farlo serve tempo e in questo momento purtroppo scarseggia. Non bastano dieci minuti al giorno, ci vuole un’ora per ogni dieci minuti di prodotto finito. Me l’hanno chiesto in tanti, parlandomi anche di prospettive di profitto, ma ho sempre declinato ben consapevole del rischio flop. E poi per il video ci vuole estrema costanza; io non credo che avrei la forza di occuparmene e forse nemmeno il seguito. A oggi va bene quello che scrivo ed è forse già fin troppo.

Online sono piuttosto atipico, soprattutto su Instagram. Il social, si sa, è molto visuale e io non ho alcuna forza a livello d’immagine: avrei potuto usarlo solo per questioni private o riportare quello che produco su Twitter, con un semplice screenshot. Pensavo mi avrebbero cacciato, e invece non lo hanno fatto. E ha funzionato! So che il risultato è a vedersi un po’ raffazzonato, ma va bene così, anche perché lavoro con tempi molto stretti
.

Ottima domanda. In origine, dovevo fare una scelta: manifestare la mia fede o meno. Tra i giornalisti sportivi tutti ne hanno una, ma la passione va mascherata e il colore del cuore celato magari per quarant’anni di lavoro. Scelta comunque rispettabilissima.
A inizio carriera io invece mi chiesi: “Ho la forza di espormi potendo continuare a essere oggettivo quanto penso?”. Con un filo di arroganza, mi sono risposto che sì, avrei potuto continuare ad appoggiare in maniera esplicita la mia squadra del cuore ed essere allo stesso tempo un professionista obiettivo
.

Te lo dico con serenità: un po’ sì. In Italia c’è un tacito accordo nel mondo dell’informazione sportiva per cui si deve fare finta di nulla. A me è sempre parso ipocrita: ripeto, tutti i miei colleghi tifano, in modo più o meno manifesto. Probabilmente, non lo avessi fatto, sarei andato più lontano. Si tratta di una scelta che se mi risvegliassi nel 2004 non so se rifarei: mi ha chiuso parecchie porte.

E inizialmente questo problema era sentito parecchio dai giornali e qualunque tipo di attività autonoma non era ben vista – figurarsi poi sui social.
Oggi lo scenario si è completamente ribaltato: ai brand del giornalismo sportivo firme che abbiano un proprio seguito digitale servono come il pane. Oltretutto, quando ho iniziato il giornalista era intrinsecamente legato al suo formato abituale. Oggi è saltato ogni steccato, chi fa questo mestiere deve saperlo fare in qualunque modo e su qualunque canale. Ecco, sui social diciamo che io sono un po’ compulsivo e se li “spegnessi” recupererei dieci ore al giorno!

Biasin dal 2004 lavora nella redazione sportiva di Libero Quotidiano. Image Credits: Libero

Assolutamente negative.
E questo perché il dibattito online sul calcio spesso nega la realtà, portando la soggettività anche laddove i fatti sono fatti oggettivi. Insomma, salta sempre fuori la foto o la classica dichiarazione che smentisce tutto…
Aggiungiamo anche che nell’universo social bisogna districarsi costantemente in un oceano di palle – non le chiamo fake news ma uso il loro nome reale, “palle” – e ci ritroviamo in un contesto in cui la verità non esiste più. La realtà è che molti fruitori di informazione social sul calcio non hanno la capacità di discernerla dalla menzogna, e quindi il dibattito degenera in un disastro.

Online non vale più la notizia vera; questa porta principalmente rogne. Il tifoso preferisce belle storie di fantasia alla dura realtà. Non fai il tuo mestiere e vieni adulato, lo fai e si levano le voci degli hater.

Per farvi un esempio, l’anno scorso, dopo l’addio di Onana, giravano voci sulla stampa argentina che il sostituto possibile fosse il Dibu Martinez (ndr. André Onana, ex portiere dell’Inter ora al Manchester United e Emiliano Martinez, portiere dell’Argentina Campione del Mondo 2022).
Ho alzato il telefono e chiamato Ausilio (Piero Ausilio, D.S dell’Inter), che mi ha detto dopo un secondo che era una notizia priva di qualunque fondamento. Dopo averlo riportato sui social, si è levata una bufera di insulti che principalmente mi accusava di tarpare le ali ai sogni della tifoseria...

Una domanda scivolosa dalla risposta impossibile: troppo imprevedibile determinare ora il paradigma dell’informazione online di domani. Invento: X potrebbe essere sostituito da formati in realtà virtuale. Non so se sarò sempre in grado di dare al pubblico quel che vuole. Se penso a un quindicenne di oggi già mi rendo conto di fare fatica a entrarci in contatto. Bisogna cercare di cavalcare l’innovazione ben consapevoli del fatto che è una sfida. Se non la sfida per eccellenza.


Ci leggiamo presto!

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