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Mangano (Chora): “Così disegniamo quello che ascoltate”

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26 Novembre 2025
Silenzia il telefono

Ti vedo quando ti ascolto. Giulia Mangano oggi guida il reparto creativo di Will Media e Chora Media, due realtà che negli ultimi anni hanno contribuito in modo decisivo alla crescita dell’audio storytelling in Italia (oltre che del giornalismo in senso più ampio). Prima di arrivare nel mondo editoriale, Mangano ha respirato l’aria delle agenzie pubblicitarie Nel suo lavoro convive una doppia anima: la sensibilità narrativa dei podcast e la disciplina progettuale della grafica. È da questo incrocio che nascono le copertine e le identità visive che accompagnano alcune delle serie più ascoltate del Paese. Ci siamo fatti raccontare il suo processo creativo e non solo. 

Come si lavora alla versione visiva di un prodotto che, principalmente, si ascolta?

L’ambientazione e il design sonori hanno un peso anche nella veste grafica. Prima nasce un podcast e poi tutti la sua atmosfera di suoni. Noi, però, non sempre abbiamo già un trailer audio su cui lavorare: ciò che arriva subito è quasi sempre uno scritto, una sinossi, a volte delle note di mood o anche se sarà una narrazione a una voce o corale. Da lì iniziamo ad aprire l’immaginario visivo.

E gli autori?

C’è sempre un confronto diretto. Partiamo dal brief e andiamo a cercare eventuali trattamenti visivi che gli stessi autori hanno immaginato in origine, per capire come integrarli con il nostro linguaggio. Molto dipende anche dal tipo di serie: un podcast come 6.30 non era possibile ascoltarlo prima trattando notizie e attualità. È un prodotto che si evolve a partire dalla prima puntata al contrario delle serie già chiuse. Lavoriamo, comunque, più sulle sinossi perché sarebbe irrealistico ascoltare tutto; a volte abbiamo gli script dei primi episodi, a volte no. Il resto lo fa il dialogo. Curiosamente proprio per 6.30 la genesi è singolare. Mi incontro con Calabresi e gli chiedo a che ora uscirà il podcast (che è un elemento sempre essenziale). Mi risponde e ci si accende la lampadina: da lì nascono titolo e copertina.

Quanti lavorano alla veste grafica dei podcast?

Nel team creativi siamo una trentina; i grafici sono quattro guidati da una art director. Crescendo abbiamo dovuto verticalizzare i ruoli: ora c’è una persona che segue in modo specifico le copertine dei podcast. Tra Will e Chora i contenuti sono tantissimi, quindi serviva costruire delle specializzazioni anche per mantenere coerenza stilistica. 

Qualche confronto creativo che ti è rimasto in mente?

Quando abbiamo lavorato a Altre/Storie Americane, parlando sempre con Calabresi è emerso subito che il suo immaginario USA era l’hamburger. Ho iniziato a “americanizzare” sempre di più quel burger ed è stato anche il primo progetto in cui ho sperimentato l’AI. In fondo le copertine sono key visual: ogni podcast è una vera e propria campagna.

Solo che qui i key visual vengono fruiti in versione francobollo…

Infatti ci sforziamo di guardare tutto in piccolo, come lo vedrà l’utente finale. A volte capita che un cliente osservi la copertina enorme in una sala riunioni e chieda di aggiungere più elementi, non rendendosi conto di quanto minuscola sarà in realtà.

C’è un fil rouge?

L’immagine coordinata del gruppo, pur adattandosi alle singole esigenze, ha una linea comune. In Chora il centro è un elemento visivo; in Will il cuore è il titolo. Non solo: tutte le copertine Chora utilizzano lo stesso font. Nei primi anni quel font ha fatto letteralmente il branding. Sulle palette abbiamo dei principi identitari, anche se talvolta dobbiamo dialogare con le esigenze del cliente. Per me conta più l’armonia complessiva che la singola tonalità.

Quando ci sono grandi casi di cronaca, l’abbondanza di immagini rende più facile o più difficile la scelta?

Più difficile. Prendiamo Verso Gaza o Garlasco Anatomia di un crimine. In entrambi i contesti siamo tutti stati colpiti da una grande mole di immagini. Diventa più complesso capire a cosa “aggrapparsi”. Anche per chi, come me, segue sempre con attenzione il filone crime e lo stesso Garlasco

E quando il podcast è di artisti già famosi con un loro stile definito?

Bisogna tenere conto della personalità di chi presta la voce e trovare una coerenza visiva che sentano propria. È una questione di sensibilità, ma la decisione finale deve comunque riflettere il lavoro dei professionisti dell’immagine. Non è sempre complicato: per Garlasco, Floriana Bulfon e Piero Colaprico sono figure molto chiare e non hanno mai avuto nulla da eccepire. Spesso gli autori sono colleghi, quindi c’è fiducia reciproca. Con i talent, invece, l’uso del volto è sempre delicato. Per Morning Finance abbiamo avuto Silvia Berzoni in studio per uno shooting e questo ha facilitato molto il processo.

C’è qualche copertina che oggi rifaresti?

Su Chora ci lavoro da un anno e mezzo, quindi forse è presto per dirlo. Su Will, dove lo storico è più lungo, ci sono sicuramente progetti che oggi affronterei in modo diverso. È normale.

Quali KPI utilizzate in un contesto dove gli ascolti contano più delle visualizzazioni?

Dalle piattaforme audio è difficile ottenere KPI paragonabili al click-through di una thumbnail YouTube. Non esiste un dato che misuri quanti ascolti arrivino dalla copertina. Il rapporto tra visual e ascolto non viene tracciato. Ci affidiamo molto ai feedback, al sentiment, alle reazioni della community.

La copertina nasce prima e poi si adatta alle piattaforme, o progettate già pensando a un canale specifico?

Il primo riferimento è Spotify. Progettiamo pensando a come verrà vista in piccolo, ma teniamo sempre in mente che quella stessa immagine potrebbe diventare uno sfondo di dodici metri durante un live. Il formato è principalmente quadrato, ma deve poter vivere anche in orizzontale, verticalizzarsi, diventare una cover magazine. Sono copertine che devono poter prendere vita.

Ci leggiamo presto!

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Gazzetta PRO