|

Corinthians, via il seggiolino del razzista

Avatar photo
6 Maggio 2026
Il tempo di un caffè

Ci sono campagne che scelgono di “parlare” contro il razzismo. Poi ce ne sono altre che decidono di togliere qualcosa. Far vedere un’assenza. Renderla fisica. È quello che ha fatto il Corinthians in Brasile insieme all’agenzia Area 23 con “Racists Have No Seat Here”, una delle operazioni più forti e intelligenti viste negli ultimi mesi nel rapporto tra calcio, branding e responsabilità sociale. Tutto nasce da un episodio reale come se ne vedono, purtroppo, anche in Italia: durante una partita, un tifoso aveva rivolto insulti razzisti a un calciatore. Il club, non riuscendo a identificare il responsabile, ha scelto una risposta che evita la retorica e lavora invece sul simbolo. Ha rimosso fisicamente il seggiolino dello stadio dal punto in cui era avvenuto l’episodio, lasciando un vuoto visibile all’interno della Neo Química Arena. Al posto della seduta è comparsa una scritta semplice e definitiva: “Qui il razzismo non ha posto”. Accanto, un QR code che porta a strumenti educativi e indicazioni per riconoscere e denunciare episodi discriminatori.  

La forza dell’idea sta tutta lì: trasformare il linguaggio dello stadio in linguaggio pubblicitario. Nel calcio il posto sugli spalti è identità, appartenenza, presenza. Togliere un seggiolino significa togliere legittimità. Non è un manifesto affisso fuori dall’impianto, non è un video emozionale, non è una patch sulla maglia. È un intervento architettonico minimo che modifica davvero lo spazio e costringe il pubblico a notarlo. Una forma di comunicazione ambientale che usa il vuoto come media. Visivamente la campagna è potentissima anche perché si appoggia su un’estetica quasi brutale: bianco e nero, spalti ripetitivi, un “buco” nel sistema perfettamente ordinato delle sedute. L’assenza diventa il visual principale.

C’è poi un altro aspetto interessante: il Corinthians non presenta l’antirazzismo come una risposta reputazionale obbligata, ma come parte della propria identità storica. Il club ha ribadito pubblicamente di definirsi “antirazzista” e di considerare inclusione e appartenenza parte del proprio DNA culturale.  Questo sposta la campagna dal territorio della “gestione crisi” a quello del posizionamento di marca. E nel marketing sportivo contemporaneo è un passaggio cruciale anche se decisamente più comune (per fortuna). Anche il QR code non è un dettaglio secondario. Molte campagne anti-discriminazione si fermano al messaggio morale; qui invece si costruisce un ponte operativo tra comunicazione e azione concreta, trasformando lo spettatore in potenziale testimone attivo. La campagna vive quindi su tre livelli contemporaneamente: simbolico, fisico e funzionale. Il problema, semmai, è che ancora ne abbiamo bisogno…

Ci leggiamo presto!

Se ti piacciono queste notizie la newsletter gratuita #Contropiede è perfetta per te.

Qui il form per iscriversi: https://landing-contropiede.grweb.site

Screenshot
A cura di
Avatar photo
Gazzetta PRO