Prima o poi anche la Sampdoria troverà un po’ di pace. Forse. Partiamo da una premessa: un logo celebrativo dovrebbe riuscire in un’impresa complessa: condensare la storia di un brand in un’immagine capace di emozionare chi lo osserva. Non è mai facile, ancora di più quando il brand in questione è una squadra di calcio: elemento sempre difficile da maneggiare. Per questo il marchio realizzato dalla Sampdoria per celebrare gli 80 anni del club, nato nel 1946 dalla fusione tra Sampierdarenese e Andrea Doria, sta facendo discutere gran parte della tifoseria. Per usare un eufemismo.
Il nuovo logo sceglie una strada essenziale: un grande “80”, con lo zero trasformato nello scudo bianco attraversato dalla croce di San Giorgio, racchiuso da una corona d’alloro e sormontato dalla silhouette del Baciccia, simbolo storico del club. Sotto, semplicemente, le date “1946-2026”.
L’idea alla base del progetto non è, in realtà, priva di interesse. Integrare il numero celebrativo con uno degli elementi identitari della società è una soluzione grafica pulita, facilmente applicabile su merchandising, comunicazione digitale e materiali istituzionali. Non rivoluzionaria, per carità, ma nemmeno da buttare. Anche la scelta di limitare la palette cromatica al solo blu con elementi bianchi restituisce un’immagine elegante e contemporanea.
È però nell’esecuzione che emergono i principali limiti e casca, abbastanza, il palco. La Sampdoria possiede probabilmente una delle identità visive più riconoscibili del calcio mondiale. Le bande blucerchiate, il Baciccia, il cerchio dello stemma e la loro particolare combinazione cromatica costituiscono un patrimonio grafico unico. Per non parlare della città di Genova. Eppure il logo celebrativo rinuncia proprio a gran parte di questi elementi. Le identitarie bande orizzontali scompaiono completamente, mentre il Baciccia viene ridotto a una piccola silhouette quasi decorativa. Anche lo scudo, inserito come “0”, appare più come un elemento applicato che come parte integrante della costruzione del marchio.
Il risultato è un’identità visivamente ordinata ma sorprendentemente anonima. Scolasticamente fredda. Tolto il Baciccia, il logo potrebbe appartenere a numerose altre organizzazioni sportive o istituzionali. Manca quella personalità che ci si aspetta da un anniversario destinato a celebrare ottant’anni di storia.
È un fenomeno che negli ultimi anni si osserva sempre più spesso nel branding sportivo. La ricerca della massima pulizia formale e della perfetta adattabilità alle piattaforme digitali porta molti club a semplificare il proprio linguaggio visivo fino a sacrificare parte della propria unicità. Una scelta che migliora la versatilità del marchio ma rischia di impoverirne il valore simbolico. Nella convinzione, poi, che “less is more” a prescindere. La sottrazione è meglio dell’addizione ma bisogna saperla impostare concettualmente.
Per questo le critiche dei tifosi arrivate sui social sembrano nascere meno da una questione estetica e più da una percezione emotiva. Pattern classico, peraltro. Non viene contestata tanto la qualità tecnica del logo (anche se non mancano distinguo), quanto la sensazione che racconti poco della Sampdoria. Un anniversario importante rappresenta infatti uno dei pochi momenti in cui un brand può permettersi di essere meno razionale e più sentimentale, valorizzando la propria storia anziché limitarsi a reinterpretarla in chiave minimalista. Il tutto va poi a innestarsi in un periodo calcistico non proprio luminoso. E non aiuta.

Il marchio degli 80 anni della Sampdoria non è sostanzialmente un brutto logo dal punto di vista freddamente tecnico. È un logo corretto, pulito e funzionale. Proprio questa sua eccessiva prudenza, tuttavia, finisce per renderlo meno memorabile di quanto probabilmente avrebbe meritato un compleanno così importante. Nel calcio la differenza tra un buon esercizio di design e un simbolo destinato a entrare nella memoria collettiva passa quasi sempre dalla capacità di emozionare prima ancora che di semplificare. E fa tutta la differenza del mondo.