Il 5 luglio 1946, alla Piscine Molitor di Parigi, Louis Réard presentò il bikini. Oggi, ottant’anni dopo, continuiamo a parlarne. E, soprattutto, è la normalità su tutte le spiagge. E questo, forse, è il suo più grande successo pubblicitario.
La genialità di Réard non fu tanto nel prodotto, quanto nella comunicazione.

Nessuna modella professionista accettò di indossarlo, così scelse Micheline Bernardini, ballerina del Casino de Paris. Il lancio non fu una semplice presentazione commerciale: fu un evento costruito per generare attenzione mediatica.
Persino il nome era marketing. Réard lo chiamò “Bikini”, ispirandosi all’atollo del Pacifico dove pochi giorni prima gli Stati Uniti avevano effettuato test nucleari. L’idea era semplice quanto potente: il nuovo costume avrebbe provocato un’esplosione mediatica.
E così fu.

Le prime pagine dei giornali fecero il resto. Prima delle campagne pubblicitarie arrivarono le pubbliche relazioni. Prima dell’advertising arrivò la notizia. Negli anni Cinquanta il bikini cambiò ancora pelle. Le campagne di Catalina, Cole Of California e Jantzen Brands Corporation iniziarono a venderlo non più come una provocazione, ma come simbolo di vacanza, libertà, sole e benessere. Poi arrivarono il cinema, Brigitte Bardot, Ursula Andress, Sports Illustrated e, decennio dopo decennio, il bikini smise di essere un prodotto per diventare un’icona culturale.



Ottant’anni dopo possiamo dirlo con una certa sicurezza: il bikini è uno dei rarissimi esempi di prodotto che è diventato più famoso della sua pubblicità, proprio grazie alla forza della sua comunicazione iniziale nel renderlo un oggetto di tendenza ma anche di rivendicazione sociale e politica.
Due pezzi.
Ma tutto d’un pezzo.
Ci leggiamo presto!