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Gazzetta dello Sport, ricordi in poster di giornale

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2 Agosto 2026
Praticamente uno snack

Da qualche anno La Gazzetta dello Sport ha codificato un linguaggio visivo preciso per salutare i giganti dello sport. Non è una semplice prima pagina commemorativa, ma un vero format editoriale riconoscibile al primo sguardo. Maradona, Paolo Rossi, Gianluca Vialli, Gigi Riva e oggi Franco Baresi: cambia il protagonista, resta la grammatica grafica. La fotografia occupa quasi l’intera pagina, il titolo è composto da due o tre parole monumentali, prive di giochi di spirito, mentre il rosa tradizionale lascia spazio all’immagine e alle emozioni. Il quotidiano rinuncia quasi completamente alla gerarchia classica delle notizie: le altre informazioni vengono compresse ai margini e la prima pagina diventa un manifesto da conservare più che una vetrina delle notizie del giorno. È una scelta che richiama il mondo dei poster, delle copertine dei magazine e persino delle locandine cinematografiche. Il lettore non viene invitato a leggere, ma prima di tutto a fermarsi.

La forza di questa scelta sta soprattutto nella sua coerenza. Ogni volta che scompare una figura destinata a segnare la storia dello sport italiano, il lettore sa già che il giorno successivo troverà una Gazzetta diversa. È la costruzione di un rito editoriale, un elemento rarissimo nel giornalismo contemporaneo. C’è però anche un rischio: ogni format, quando diventa prevedibile, perde parte della propria capacità di sorprendere. La riconoscibilità è un enorme valore di marca, ma può trasformarsi in una formula che tende ad appiattire l’unicità di ogni personaggio. Maradona, Vialli, Riva o Baresi raccontano storie profondamente diverse e, proprio per questo, forse meriterebbero anche linguaggi visivi capaci di interpretarne le differenti personalità. Il contenuto gioca un po’ questo ruolo. La Gazzetta ha comunque individuato un equilibrio difficile: non cerca il titolo a effetto, non spettacolarizza il lutto e lascia che sia la fotografia a parlare. Certe immagini, quando sono davvero cariche di simbolo ed empatia, non hanno bisogno di essere spiegate: basta guardarle per capire che un pezzo di storia se n’è andato.

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