Svolta storica negli USA: Meta e YouTube condannate per dipendenza da social nei minori

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26 Marzo 2026
Silenzia il telefono

Una sentenza storica negli Stati Uniti accende i riflettori sulle responsabilità delle piattaforme digitali: per la prima volta una giuria riconosce il legame tra social media e danni alla salute mentale dei minori, aprendo la strada a nuove regole e migliaia di cause.

Una giuria di Los Angeles ha emesso un verdetto destinato a segnare un punto di svolta nel dibattito globale sulla sicurezza dei social media: Meta e YouTube sono state ritenute responsabili di aver progettato piattaforme intenzionalmente addictive che hanno danneggiato la salute mentale di una giovane utente.

La causa, una delle più importanti mai intentate sul tema, è stata vinta da una ventenne, identificata come Kaley (nota anche con le iniziali K.G.M.), a cui sono stati riconosciuti 6 milioni di dollari di risarcimento. La decisione potrebbe influenzare centinaia di procedimenti simili attualmente in corso negli Stati Uniti.

La giuria ha stabilito che Meta (proprietaria di Instagram, Facebook e WhatsApp) e Google, proprietaria di YouTube, hanno agito con “malizia, oppressione o frode”. Il risarcimento è stato suddiviso in 3 milioni di dollari di danni compensativi e 3 milioni di danni punitivi, con Meta chiamata a coprire il 70% della somma. Un verdetto senza precedenti.

La decisione è stata accolta con entusiasmo da genitori e associazioni che da anni chiedono regole più severe. Per molti, rappresenta un momento di “basta così”, una presa di coscienza collettiva sui rischi per i minori.

Durante il processo, il CEO di Meta, Mark Zuckerberg, è stato chiamato a testimoniare davanti a una giuria, un evento raro nella sua carriera. Ha respinto le accuse sostenendo che i legali della controparte stavano “travisando” documenti interni e ribadendo che la salute mentale degli adolescenti è un tema complesso, non riconducibile a una singola piattaforma.

Meta ha inoltre difeso le proprie politiche, ricordando il divieto ufficiale per gli under 13. Tuttavia, email interne e ricerche presentate in aula hanno mostrato come l’azienda fosse consapevole che bambini più piccoli utilizzassero comunque le piattaforme. In un documento interno del 2019 si evidenziava infatti che i limiti di età erano “non applicati”, rendendo difficile sostenere che l’azienda stesse facendo tutto il possibile per proteggere i minori.

Uno degli elementi più significativi emersi in aula è stato un report secondo cui molti adolescenti si sentivano “agganciati” (hooked) a Instagram, pur riconoscendone gli effetti negativi. Il documento parlava apertamente di una “narrazione da dipendenza” tra i giovani utenti.

Zuckerberg ha sottolineato anche gli aspetti positivi emersi dalla ricerca e ha ribadito che Meta ha sviluppato strumenti per limitare l’uso, come notifiche e controlli sul tempo trascorso online. Tuttavia, dati interni hanno mostrato che solo una minima percentuale di adolescenti utilizza effettivamente queste funzionalità.

Al centro del processo c’è la storia personale della giovane querelante. Kaley ha iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a nove, senza incontrare ostacoli legati all’età. Nel tempo ha sviluppato ansia, depressione e disturbi legati all’immagine corporea. Ha raccontato di aver passato fino a 16 ore al giorno sui social, isolandosi dalla famiglia e diventando ossessionata dal proprio aspetto, anche attraverso l’uso di filtri.

I suoi legali hanno definito le piattaforme “macchine della dipendenza”, progettate con funzionalità, come lo scrolling infinito, pensate per massimizzare il tempo di utilizzo, soprattutto tra i più giovani.

Durante il processo, sono emersi anche documenti che mostravano come, in passato, l’azienda puntasse esplicitamente ad aumentare il tempo trascorso online e a rafforzare la presenza degli adolescenti.

In una comunicazione interna del 2015, Zuckerberg indicava tra gli obiettivi aziendali l’aumento del tempo di utilizzo e il recupero della “tendenza teen”. Un altro documento del 2017 indicava gli adolescenti come “priorità principale”.

Il CEO ha però sostenuto che queste strategie appartengono al passato e che oggi l’azienda è impegnata a ridurre l’uso problematico.

Il verdetto arriva in un momento di crescente pressione sulle big tech. Solo un giorno prima, un’altra giuria nel New Mexico aveva ritenuto Meta responsabile per l’esposizione di minori a contenuti espliciti e predatori online.

Secondo gli analisti, questi casi segnano un “punto di rottura” tra opinione pubblica e social media. Negli ultimi anni, diversi Paesi, tra cui Australia, Regno Unito, Francia e Spagna, stanno valutando o introducendo restrizioni sull’uso dei social da parte dei minori. Anche figure pubbliche e politiche hanno reagito con forza. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato che “lo status quo non è più accettabile”, mentre il principe Harry e Meghan Markle hanno definito la sentenza “un momento di resa dei conti”.

Google (proprietaria di YouTube) ha espresso le sue scuse, mentre Meta ha annunciato che farà appello, ribadendo di non condividere il verdetto. Ma la direzione sembra ormai tracciata. Con migliaia di cause simili in corso e una crescente pressione normativa, le piattaforme social potrebbero essere costrette a ripensare profondamente il loro modello, soprattutto per quanto riguarda i più giovani.

Come hanno dichiarato gli avvocati della giovane vincitrice: il messaggio è chiaro, nessuna azienda è al di sopra della responsabilità quando si tratta della sicurezza dei bambini.

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