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Il diavolo veste Nike: uno dei bootleg più estremi di sempre

Tempo di lettura: 5 minuti

Il mercato dei bootleg non ha solo il pregio di produrre un giro d’affari di un miliardo di dollari ogni anno, ma dà voce a numerosi artisti e creativi partendo da un oggetto-simbolo come una sneaker e trasformandolo in una vera e propria opera d’arte.

Quali sono però i limiti? 

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BOOTLEG: IL MICROCOSMO MILIARDARIO CHE FA INFURIARE I BRAND

Cosa è un bootleg? Letteralmente “la gamba dello stivale”, quel posto dove solitamente si nascondevano gli oggetti da sottrarre alle ispezioni, poiché tendenzialmente illegali.

Ora, qualcuno ha preso questo termine anglofono e lo ha portato nel linguaggio di tutti i giorni, associandolo dapprima alla discografia (mix di live non ufficiali, copie non autorizzate etc…) e poi, pian piano, allargandone il campo al mondo del fashion e dello streetwear.

Come recita Wikipedia: “Il bootleg indica un’opera effettuata in forma amatoriale o professionale e distribuita in forma non ufficiale tra i fan” e precisa “quasi sempre senza l’avallo ufficiale del detentore dei diritti. Le normative ne vietano però anche la vendita e la commercializzazione senza l’approvazione del detentore dei diritti d’autore”

La legge parla chiaro, ma imitazioni, rivisitazioni ed edizioni limitate sono diventate un vero e proprio mercato che muove milioni di dollari ogni anno in tutto il mondo (al dire di Business Insider il valore globale del mercato attualmente è di circa 1 miliardo di $). 

L’hype scaturito dalle edizioni limitate ha visto nascere piattaforme specializzate come Stadium Goods (acquisita da qualche anno da Farfetch), Klekt e StockX, tra i cui investitori troviamo Google, Eminem e Steve Aoki.

Il mondo per pochi delle limited edition è tuttavia costellato non solo da rivisitazioni ma anche da imitazioni e vere e proprie copie, tanto da aver dato vita a una nuova figura professionale: l’authenticator, uno specialista incaricato di scovare i falsi in vendita.

Oltre ai fake veri e propri e ai flawless fake (fake molto fedeli all’originale), esistono però vere e proprie opere creative dove il confine tra arte e bootleg è francamente difficile da definire.

Un esempio recente è quello che ha visto come protagonisti Nike, un gruppo di designer americani noti per le loro opere fuori dagli schemi, un rapper di Atlanta che si batte per i diritti LGBT e… il Maligno in persona.

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IL CASO: NIKE VS LIL NAS X

Primo aprile 2021. Un file PDF spunta sul sito ufficiale del collettivo artistico MSCHF di Brooklyn:

“Quella che segue è una dichiarazione ufficiale riguardante il caso giudiziario tra MSCHF e Nike.”, recita il documento scritto in caratteri rossi su fondo nero. “Non vediamo l’ora di lavorare con Nike e il tribunale per risolvere il problema, riguardante questo caso, nel modo più rapido”.

Nelle ultime settimane si è sentito più volte parlare della causa intentata da Nike nei confronti degli irriverenti designer di MSCHF e del rapper Lil Nas X, a causa delle Satan Shoes, un paio di Air Max ‘97 total black con, all’interno degli iconici cuscinetti ammortizzanti, un liquido rosso e una goccia di sangue umano.

Per chi non avesse approfondito, la storia è questa: il rapper Lil Nas X (22 primavere lo scorso 9 aprile), noto per aver combattuto gli stereotipi maschilisti del rap americano con il suo coming out ed essere diventato icona LGBT, il 26 marzo scorso ha lanciato il suo ultimo singolo Call Me By Your Name (sì, il riferimento è proprio al libro di André Aciman,), scatenando non poche polemiche.

Sia il videoclip del pezzo che la copertina (in cui l’artista Flip Cusic rivisita la Creazione di Adamo di Michelangelo facendo di Lil Nas sia Dio che Adamo), fanno infatti esplicitamente riferimento a temi evangelici, alcuni riconducibili persino al satanismo.

Il tono provocatorio del rapper, al secolo Montero Lamar Hill, che – come riporta Rolling Stone – “è un riferimento agli omofobi convinti che gli omosessuali vadano all’inferno”,  ha attirato l’attenzione del MSCHF Product Studio, collettivo artistico fondato nel 2016 da Gabriel Whaley che ha difatti deciso di collaborare al lancio del singolo, creando 666 esemplari delle citate Scarpe di Satana.

I primi 665 esemplari sono stati subito venduti alla cifra di 970 dollari al paio, mentre l’ultimo, il seicentosessantaseiesimo, è stato riservato come premio per un giveaway su Twitter a cui hanno partecipato i fan del cantante. 

Il bootleg Satan Shoes

La trovata ha scatenato l’opinione pubblica, soprattutto quella dei conservatori e delle autorità religiose, tanto da costringere Nike a intervenire legalmente, costringendo gli autori a ritirare i modelli in commercio, con un richiamo volontario a riacquistare tutti i pezzi venduti per rimuoverli dalla circolazione entro il 21 di Aprile di quest’anno.

C’è da dire che nel 2019 lo stesso collettivo aveva realizzato una versione Jesusdi quelle stesse Air Max ponendo all’interno della suola 60 cc di acqua prelevata dal fiume Giordano e benedetta da un sacerdote.

In quel caso “camminare sulle acque” non aveva creato un granché di scompiglio, nonostante la trovata fosse stata effettivamente geniale e blasfema allo stesso tempo.

“MSCHF realizza opere d’arte che vivono direttamente i sistemi che criticano, invece di nascondersi all’interno di gallerie dalle pareti bianche.” recita ancora il documento ufficiale , e concludono infine con una frase tratta dal Paradiso Perduto di Milton a rimarcare il loro disappunto: “Better To Reign In Hell Than Serve In Heaven” (“Meglio regnare all’inferno che servire in Paradiso”)

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NIKE E IL BOOTLEG: UNA LUNGA SERIE DI PRECEDENTI

Le Scarpe di Satana comunque sono solo uno di una serie di modelli di sneakers “bootlegati” e non approvati che  hanno fanno esplicitamente riferimento a quelli di Nike.

Le popolari silhouette di Air Jordan 1 o Nike Dunk Low, per esempio, vengono rivisitate e riadattate ormai da anni.

Tra i vari casi di bootleg c’è quello delle Nike Fugazi.

Era il 2019 quando uno studente universitario californiano di nome Trevor Gorji, pubblicò “One in the Chamber”, design identico alle tradizionali Jordan 1 high top rosse e bianche ma con lo Swoosh di Nike (il “baffo” per intenderci) sostituito da un revolver e perforazioni sulla punta che ricordavano i fori dei proiettili.

Nel 2020, Warren Lotas, ha riprodotto le di Nike Dunk con lo Swoosh decorato con il volto del killer Jason Voorhees di Venerdì 13. Anche in quella occasione Nike portò in causa il designer per appropriazione illecita del marchio.

La startup newyorkese Orée, ha creato invece le “Empire City Highs”, delle Jordan 1 in pelle con la Statua della Libertà orizzontale al posto dello Swoosh. 

E ancora, le “Burger Shoes”  Vandy the Pink, con dettagli di panino al sesamo e una patatina fritta al posto del celebre simbolo, senza dimenticare le Air Menthol 10’s del 2006 nate dal genio di Bathing Ape di Nigo (Tomoaki Nagao), che associavano Nike a una nota azienda di tabacco e che ancora oggi sono bramate dai cultori delle edizioni limitate.

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QUESTIONE DI DNA

Nell’era del drop marketing, il rilascio di un prodotto avviene col proverbiale “contagocce” poiché la scarsità rende i prodotti desiderabili, non disponibili a chiunque ma solo a coloro che davvero si trovano in sintonia con il brand che lo produce.

Per questo motivo, alla base dell’unione tra le aziende e i designer, è necessario che ci sia un DNA comune e che condividano insomma gli stessi valori. A quanto pare, per ora il Diavolo continuerà a vestire solo Prada. Nel caso scoprissimo il contrario, non tarderemo a fornirvi aggiornamenti in materia.


Ci leggiamo presto.

Ida Giannattasio

ida@lagazzettadelpubblicitario.it

La comunicazione e il marketing sono sempre stati il mio pane quotidiano. Ex visual merchandiser e manager nel settore fashion e retail, ho deciso di trasferirmi in Portogallo per imparare a surfare. Vivo a Lisbona da tre anni e non ho ancora imparato a cavalcare le onde, ma sono diventata esperta di digital marketing. Scrivo da analista ma anche da consumatore. Mi piacciono le cose bizzarre, controcorrente e originali.

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