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Clubhouse
A cura di Stefano Nava

Clubhouse: e se non avessimo capito niente?

Clubhouse ha le tipiche sembianze di una grande promessa. Milioni di download settimanali sospingono il decollo di quello che sta diventando a tutti gli effetti un trend del momento. Il suo consolidamento a membro stabile del club dei grandi social media potrebbe però passare per un potenziale ancora inesplorato. Ve ne parliamo in questo pezzo!

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SOCIAL MEDIA, MATERIA PLASTICA

Prosumer è un termine nato nel 1972 su conio di Marshall MacLuhan, sociologo e filosofo canadese. Senza scomodare cavillosi tomi di sociologia dei consumi, potremmo riassumere il suo significato in questo modo: in determinate condizioni, il consumatore sveste i panni del semplice bersaglio e diventa produttore attivo di valore. Che inventi una nuova destinazione d’uso a un servizio pensato per tutt’altra finalità o attribuisca valore simbolico a un bene che prima non ne aveva alcuno, il consumatore odierno è un’incognita che può sempre sconvolgere i piani.

Take Today, testo in cui McLuhan e Nevitt teorizzarono la transizione da consumer a prosumer.


Gli utenti di un social network sono forse i prosumer (o prouser, a questo punto!) per eccellenza. Non esiste social media nato con la destinazione d’uso che poi lo ha reso un fenomeno planetario. Spesso sono stati gli sviluppatori, tramite la costante implementazione di feature e strumenti, a guidare i social dalla culla della versione beta all’ultimo aggiornamento rilasciato. Tuttavia il contributo degli utenti non va mai sottovalutato perché spesso ha aperto la fila a modifiche e ripensamenti.
Facebook è nato come l’antesignano di tutte le moderne app di dating. Twitter, nelle intenzioni originarie dei founder, doveva essere una piattaforma di contenuti audio. TikTok nasce dall’esperienza di due startupper cinesi che, dopo aver cercato di sviluppare una piattaforma educational, decisero di puntare su un target di adolescenti e integrarvi dei contenuti sonori. Un’applicazione nata solo ed esclusivamente per una sorta di social karaoke e che oggi è stata resa un media generalista in piena regola dal proprio bacino di utenti mondiale.
Che cosa ci impedisce quindi di pensare che Clubhouse, ultimo arrivato nel gotha dei social media, potrebbe svilupparsi in un senso che attualmente neppure immaginiamo? Il sospetto che ciò possa avvenire motiva quello che leggerete a seguire.

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CLUBHOUSE, L’ADOLESCENTE DIFFICILE CHE FA IMPAZZIRE IL PIANETA

In un social media scenario che dai tempi del boom di Tik Tok non proponeva grandi novità, Clubhouse è emerso prepotentemente come grande new entry dell’anno. A oggi è ancora prematuro sbilanciarsi: non è possibile determinare, infatti, se il social voice-only potrà sedersi al tavolo dei Big Tech da pari a pari. Le aspettative sono com’è chiaro enormi anche se si tratta di una realtà che ancora non poggia su un modello di business chiaro. Al netto di tante incognite la curva di crescita esponenziale del bacino di utenza è comunque un fenomeno già oggi sbalorditivo. Tra metà gennaio e fine febbraio 2021 il numero dei profili registrati è più che decuplicato: da 500.000 utenti unici a più di otto milioni. Numeri impressionanti e tali da causare un capogiro in qualunque venture capitalist abituato a masticare linguaggio e cultura delle startup.

Paul Davison, founder di Clubhouse

A questa prospettiva di crescita che evoca una rivoluzione sistemica del panorama social media, fa però da contrasto tutta una serie di scelte apparentemente controintuitive della casa madre. Di Clubhouse tutto è votato all’esclusività: dal nome commerciale che richiama intimità e riservatezza al modello d’iscrizione che passa attraverso invito, fino all’attuale incompatibilità dell’app coi device Android. Se si tratta delle contraddizioni di una realtà divenuta suo malgrado un fenomeno mondiale nel giro di sessanta giorni o di semplice posizionamento, è troppo presto per saperlo. Alpha Exploration, la società sviluppatrice, ha fatto sapere che si lavora incessantemente a un’espansione su Android che comporterà anche il superamento dell’obbligatorietà di invito per l’iscrizione. Questo fa pensare a una strategia in due tempi, pensata per obiettivi sul breve e sul medio-lungo termine. Al di là delle politiche di sviluppo del progetto, se Clubhouse intende superare l’adolescenza e diventare parte integrante del panorama social deve fornire più solide certezze sul fronte moderazione dei contenuti e privacy. Il rischio di farsi affibbiare l’etichetta di nuovo Parler, piattaforma divenuta rifugio dell’alt-right dopo il ban di Trump da Twitter, è considerevole. Per questo, Clubhouse si è dotato all’ultimo aggiornamento di una funzione che limita l’evanescenza delle conversazioni una volta chiusasi la stanza, permettendo di segnalare i troll a dibattito concluso. C’è ancora molto da fare in fatto di privacy: una gestione poco limpida dei dati e il continuo trasferimento su server poco raccomandabili hanno spinto più di un’analista a ipotizzare profili d’incompatibilità con la GDPR.

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IL SOCIAL PROFESSIONAL SOTTO MENTITE SPOGLIE

Clubhouse è stato inteso, fino a ora, come un social prevalentemente entertainment: un ambiente digitale che lega uno o più utenti in un’interazione verticale e unidirezionale (o quasi). Il creatore di ogni stanza è essenzialmente il suo admin: ogni host gode di particolari privilegi (e ha precisi doveri): suddividere i partecipanti in speakers e listeners e moderare, se dovuto, il dibattito. Una connessione unilaterale e perfetta per diffondere contenuti in una logica da uno a molti.
Eppure il social gode di alcune proprietà che lo rendono un ambiente perfetto per il B2B, e che accomunano Clubhouse più a LinkedIn e Twitter che a Facebook e Instagram. Due su tutte: un‘architettura di piattaforma che favorisce l’assoluto riservo delle interazioni in corso e la possibilità di diffondere contenuti vocali con una rapidità e un coinvolgimento mai visti prima.
A rendere la candidatura di Clubhouse a social B2B rilevante contribuisce anche l’emergenza sanitaria in corso, che crea occasioni d’uso per cui la piattaforma sembra perfetta.
Pensiamo, ad esempio, ai tanti eventi aziendali da remoto tenuti su piattaforme proprietarie costosissime da sviluppare o su strumenti esterni spesso mal funzionanti. Una stanza su Clubhouse permetterebbe al formatore di interagire fluidamente con le risorse, al commerciale di presentare il prodotto o il servizio, al manager di gestire agilmente una riunione. Una risorsa strategica, specie in un momento in cui molte realtà lavorano in un regime ibrido in presenza/telelavoro. La dispersione delle energie in un contesto disgregato come questo è inevitabile: Clubhouse potrebbe aprire scenari d’uso del tutto imprevedibili. Potrebbe, inoltre, divenire uno straordinario strumento di networking, forse ancor più efficace di LinkedIn. Immaginate il potenziale della creazione di stanze per categorie di professionisti, in cui tenersi aggiornati, condividere know-how e approfondire un tema specifico. A questo si sommi anche il fatto che sorgono sulla piattaforma le prime pagine corporate: Burger King, come spesso avviene, ha fatto da capostipite. La prima stanza Clubhouse aperta da un profilo aziendale è stata fortemente voluta da Fernando Machado, il vulcanico CMO del marchio americano.
Anche in Italia la situazione promette sviluppi. Nella giornata di ieri, Ninjamarketing, Wavemarket e Peroni hanno annunciato lo sbarco sul social di Alpha Explorer, con i primi contenuti di marca made in Italy.

STUDIARE L’ATTIMO

Studiare i social media è un atto analitico al contempo frustrante, necessario ed entusiasmante. Lo sviluppo dell’universo Clubhouse potrebbe smentire completamente tutte le previsioni fatte (e quelle non ancora azzardate). Con certezza, la continua nascita di piattaforme dimostra quanto un mercato che avevamo immaginato come un oligopolio di pochi big players sia alla portata anche di giovani innovatori con tenaci abilità di fundraising. Questa effervescenza, introdotta nello scenario social media da Tik Tok, comporta una volatilità estrema, che chiama gli analisti a un continuo bisogno di aggiornamento. E noi, come sempre, non abbiamo intenzione di tirarci indietro e continueremo a raccontarvi la situazione!

Ci leggiamo presto!

Stefano Nava

stefano@lagazzettadelpubblicitario.it

Editor e copywriter, ho scoperto che le parole erano tutto ciò che avevo: ho cercato quindi di farne il mio lavoro. In principio più orientato verso l'adv tradizionale, ho scoperto quanto la comunicazione digitale possa essere elettrizzante: sto facendo il possibile per portarmi in pari, spiando dal buco della serratura di tutte le pagine corporate che trovo!

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