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A cura di Redazione

Disinformazione virale e psicosi: la pubblicità ai tempi del Corona Virus

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Ne parlavo giusto qualche mese fa di come la prima pubblicità efficace fosse quella che fa parlare di sè senza bisogno di chissà quale investimento o idea geniale (se non l’hai letto, ecco il caso di Spotify Wrapped).

E solo poco tempo dopo, mi sono trovato ad analizzare un fenomeno diventato virale (sia in senso scientifico che mediatico) che ha creato in Italia un’attitudine alla psicosi capace di svuotare anche i ristoranti.

Ovviamente, sto parlando del Corona Virus.

Mi fermo subito: questo non vuole essere un articolo divulgativo-scientifico sul virus più famoso del momento, ma si concentrerà solo sull’aspetto mediatico della questione che da settimane ormai tiene banco su tutti i giornali, tv, caffetterie e strade d’Italia.

Perché siamo arrivati al punto di abbandonare l’idea di uscire a cena al nostro sushi preferito, che per altro è giapponese (non cinese)? Per una cattiva pubblicità che si è auto-innescata.

Facebook: il megafono dove anche una briciola può diventare un enorme pezzo di pane

Non potrei mai rinnegare Facebook, personalmente il mio più grande padre lavorativo, che mi ha dato la possibilità di avere un lavoro e mettere in mostra le mie capacità. La sua forza nel connettere le persone però, è anche il suo più grande difetto in alcuni casi, ed il Corona Virus ne è un esempio perfetto.

In queste settimane, sfogliando il newsfeed delle notizie, siamo stati invasi da post, repost, commenti e tag di persone che hanno fatto circolare notizie mirabolanti, che parlano di milioni di morti per il contagio.

Ancora peggio hanno fatto foto e video, come negli esempi qui sotto, che hanno parlato di Ospedali costruiti in 16 ore”, “Medici morti all’improvviso in ospedale” (quello nella foto era caduto per via di un pugno preso in una rissa), o, in questo caso da Oscar devo ammettere, della “Strage per le vie delle città cinesi per il corona virus” (Trattasi nella fattispecie di un flashmob realizzato nel 2014 in Germania)

Tutte queste fake news, altro non fanno che ingigantire a dismisura un problema che, seppur serio e grave, andrebbe analizzato in un contesto meno fantascientifico.

Non leggiamo i giornali, ma siamo giornalisti: gli opinionisti di Facebook

Le chiacchiere da bar sono sempre esistite: ti avvicini al banco per chiedere un caffè al mattino, e sei circondato di persone che esprimono con fermezza la loro opinione su questo o quell’avvenimento, dando vita a siparietti che, per quanto vivaci, restano chiusi tra le mura del locale.

La potenza dei social network, ed è proprio su questo che si basano gli imperi di Facebook Instagram Twitter e Youtube, è proprio l’abbattimento di queste mura.

Immaginate un grande, enorme bar: aperto 24 ore su 24, servizio no-stop e possibilità di fare chiasso e chiacchierare senza limiti.
Non esiste un proprietario che ad una certa ora urla più degli altri dicendo “Vi prego di abbassare la voce, stiamo per chiudere e i vicini si lamentano”. Non esistono vicini, e se esistono, anche loro vogliono chiacchierare e curiosare ai tavoli degli altri.

In un contesto del genere, la velocità e la forza con cui si propagano le notizie è incalcolabile, e da ogni parte del mondo le opinioni altrui rimbalzano senza filtro.
In questo calderone, ognuno di noi è un opinionista di prima linea che, se ha la fortuna di essere ricondiviso, assume il titolo di giornalista ad honorem.

Il problema però è il contesto: un improvvisato opinionista del Festival Di Sanremo, al massimo potrà convincere i suoi contatti del buono o cattivo gusto degli abiti di Achille Lauro. Ma l’opinionista improvvisato del Corona Virus, se preso in considerazione, può diventare letale, più del virus stesso.

Apice della psicosi: il sushi è pericoloso

E così si giunge all’apice della psicosi. In queste settimane sentiamo sempre più proprietari di ristoranti cinesi e giapponesi lamentarsi di come il Corona Virus abbia influenzato negativamente il loro lavoro.
Alcuni dichiarano di aver avuto un calo del 50% del fatturato, altri di aver visto il proprio locale anche vuoto per diversi giorni.

Una situazione ai limiti della comprensibilità, dettata dal focolaio della paura che viene alimentato sui social network.
La mancanza di filtri nei social network in questi casi (nonostante Facebook e Twitter abbiano garantito in questi giorni che si impegneranno ad oscurare tutte le fake news sull’argomento), offusca a tal punto la vista delle persone, che non ci rendiamo nemmeno conto che associamo il Sushi, cucina tipica giapponese, al Corona Virus, che arriva dalla Cina.

Basterebbe domandarsi: per quale motivo un cuoco cinese o giapponese residente in Italia, dovrebbe essere contagiato dal virus?

Ognuno di noi ha un pubblico: non deludiamolo

I social network ci hanno dato un grande potere: connetterci con il mondo e comunicare.
Come ho detto più volte, siamo noi i primi influencer di un brand, di un prodotto, ma anche di una notizia.
Decidere di condividere una news, un pensiero o più semplicemente una foto senza verificarne l’attendibilità, potrebbe innescare reazioni a catena che sfociano in conseguenze non immaginabili fino al giorno prima (Perchè mai non dovrei andare più al sushi? Ecco fatto).

La mia riflessione si conclude con un’iniezione di autostima per tutti: ognuno di noi ha un pubblico pronto ad ascoltarci, ognuno di noi potrebbe essere alla ribalta sui social da un momento all’altro.
Approfittiamo di questa visibilità per aiutare le persone, non per confonderle.

Buon sushi a tutti, ci leggiamo presto.

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