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A cura di Marco Bellinzona

Il caso Lovehoney: a Google non piace la pornografia?

SafeSearch blocca i sex toys di Lovehoney, ma il brand risponde per le rime: un cartellone che censura il logo di Google

Quando si parla di pornografia, le posizioni sono due: chi concede, chi censura. Chi concede preferisce stare online, perché qui è tutto molto più sdoganato. Ma allora potrebbe stupirvi sapere che chi censura, in realtà, è Google. O almeno così nelle valutazioni di qualcuno.

Safe o Love?

L’assortimento dell’azienda britannica Lovehoney è molto ampio, ma la categoria è unica: sex toys.
È risaputo che chi vende in questo settore può avere difficoltà negli store fisici, dove c’è sempre il problema della vetrina e della discrezione di chi entra. Sull’e-commerce, invece, è un’altra storia: il mercato globale dei sex toys è in enorme espansione, visto che nel 2021 è stato valutato a 30,48 miliardi di dollari, con ritmi poderosi di crescita annua (+8%). Di questi, il 63% è online shopping.

Il report di GVR (2021).

Ma contro questi numeri, la vicenda di Lovehoney è in controtendenza perché SafeSearch, il filtro di ricerca di Google, censura i suoi prodotti.

Che contenuti di stampo sessuale siano censurati online, questo è frutto di una politica piuttosto diffusa fra social e Big Tech. Tuttavia, il vero problema nel caso di Lovehoney è che SafeSearch non agisce solo sul browser dei minorenni, con cui le normative sono esplicite ma anche con gli adulti.  

La vicenda “è un altro esempio di come le Big Tech considerino la sessualità come qualcosa di peccaminoso” ha ribadito Johanna Rief, head of sexual empowerment di Lovehoney. Ma non si tratta solo di una questione etica, perché Lovehoney ha stimato una perdita di 700.000 potenziali clienti da quando l’anno scorso Google ha aggiornato il suo software, inserendo restrizioni più decise sul materiale pornografico.

-Ogle

Le restrizioni su Lovehoney non hanno piegato il brand che ha risposto per le rime.
Come il marchio di sex toys è stato parzialmente oscurato dal motore di ricerca, infatti, allo stesso tempo nella campagna pubblicitaria di Lovehoney è Google ad essere eclissato. La fantasia ritrae il logo di Google, con gli inconfondibili colori, troncato a metà: si legge solo “ogle”, mentre le prime lettere sono tagliate fuori dall’insegna.

La creatività, realizzata da McCann Birmingham, si propone di fare awareness su una situazione diffusa fra i retailers di sex toys. Non solo questo mercato è inibito dai filtri di ricerca, ma in alcuni paesi ci sono addirittura sanzioni sull’acquisto e il possesso di giocattoli erotici.

Da che parte sta Google?

Il caso di Lovehoney solletica una questione etica oltre che pubblicitaria. Se la vogliamo vedere dall’altra parte, infatti, ci sarebbe anche un danno di brand reputation visto che Google stesso è sostenitore di iniziative pro-LGBTQ. Allora le policy sulle ricerche, oltre che un po’ conservatrici, suonano anche contraddittorie coi valori predicati dal brand stesso. Forse che nella Big Tech manca una politica davvero condivisa su questi temi?

Be Safe, but Love.

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Marco Bellinzona

marco.bellinzona@lagazzettadelpubblicitario.it

Da anni scrivo per giornali online, anche se l'esperienza più intensa è stata con un cartaceo. Un giorno, accidentalmente, sono entrato nel mondo della pubblicità - pensavo fosse un caso, ma poi ho scoperto che anche qui c'è tanto da scrivere.

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